martedì 20 gennaio 2015

GLI STATI UNITI TRA PRESENTE E FUTURO





Dopo la fine della Guerra Fredda il mondo era dominato da un’unica superpotenza: gli Stati Uniti. Sull’onda dell’euforia, gli usa hanno ambito per gran parte degli anni novanta ad imporre la loro egemonia su tutti i continenti nel bene e nel male. Un primo stop a questa intenzione si ebbe in occasione dell’intervento in Somalia che non andò come previsto lasciando il paese nella situazione di caos in cui era stato trovato.
Le guerre in Iraq e Afghanistan ed i primi rapidi successi sembravano poter rendere questo sogno realtà. Nel 2008 gli Stati uniti si trovarono di fronte ad una dura realtà: l’emergere di nuove potenze e gli elevati costi militari. Il rischio di un imperial overstretch (ovvero l’espandersi oltre le capacità di poter mantenere i propri domini) era concreto. Non solo, il mondo del 2008 era completamente diverso da quello del 1991. Non era più un mondo unipolare ma multipolare. Almeno una ventina di potenze facevano capolino all’orizzonte sfidando così l’egemonia americana. Si rendeva così necessaria una riconfigurazione della strategia americana.
Era anzitutto evidente che gli Usa dovevano puntare con maggiore realismo ad essere una grande potenza e non una superpotenza. Piuttosto che puntare al controllo diretto di un continente, meglio condividere le responsabilità con un alleato fidato. Se in Europa la lunga alleanza con gli inglesi non fu ma messa in discussione, in altri continenti gli americani puntano a creare nuovi alleati fidati come Israele e la Turchia in Medioriente, il Giappone l’Australia nel pacifico, la Colombia in Sud America, il Messico in America Centrale, la Corea del sud e la Thailandia in Asia. Condividere le responsabilità con gli alleati ha permesso agli americani di risparmiare sulle spese militari.
Sul fronte del proprio continente gli americani hanno rafforzato notevolmente le loro relazioni con il Canada e con il Messico. La creazione ed il rafforzamento del NAFTA (1994) è tutt’ora in fase di rafforzamento con maggiore successo però nei confronti del Canada.
Sembra invece evidente la strategia di allontanamento dal Medioriente che si è fatta sempre più forte negli anni della presidenza Obama. L’intervento diretto, opzione preferita dai governi Bush se e jr, è stata rimpiazzata da una influenza indiretta nonché dal lasciar fare agli alleati europei. Per esempio in Libia e Siria il grosso dello sforzo è stato compiuto dai francesi e dagli inglesi con un intervento americano solo di supporto. La nascita dell’Isis un tempo avrebbe sicuramente comportato un intervento militare diretto. Oggi invece gli USA si limitano a dare supporto ai curdi.
E’ invece aumentato di molto l’influenza americana nel Pacifico, segno che è qui che gli americani vogliono concentrare i loro sforzi. L’azione più degna di nota è senz’altro la creazione del TPP un accordo economico tra le nazioni che si affacciano sul pacifico. L’accordo, che al momento prevede la partecipazione di 15 stati, è concepito in funzione anticinese e nel caso di partecipazione del Giappone assicurerebbe agli USA una posizione di forza nel pacifico.
Il disimpegno americano, oltre che in Medioriente e in Africa, si è verificato anche in Europa dove il presidente Obama spererebbe in un aumento dei poteri della UE. La procedura però risulta molto lenta nel continente perché gli stati europei, bloccati nella loro integrazione, sembrano ancora desiderare di stare sotto l’ombrello protettivo americano. La crisi ucraina è un esempio lampante: il presidente Putin ha potuto giocare fino ad ora in campo libero perché nessuno gli si è presentato davanti. Da un lato gli americani non vogliono essere coinvolti in una scaramuccia che ritengono affare degli europei, dall’altro gli europei continuano a tirare per la giacca il presidente americano perché non se la sentono di affrontare i russi.
Se dal punto di vista militare, gli Usa sono disinteressati all’Europa, sono invece più propensi ad accordi in ambito economico: è infatti ormai di dominio pubblico l’esistenza del progetto del TTIP un accordo di libero scambio tra Stati Uniti e stati europei che però non sta riscuotendo il consenso dell’opinione pubblica perché si pensa possa recare serio danno all’industria europea.
Nel caso in cui gli Stati Uniti riuscissero ad attuare con successo sia il TTIP che il TPP si potrebbe dire con certezza che la potenza egemone in occidente nel XXI secolo sarebbe senz’altro quella americana. E che a questo punto la lotta per la supremazia si sposterebbe interamente sul Pacifico. 

D.Deotto

lunedì 19 gennaio 2015

UN FRIULI PIU' AUTONOMO: PERCHE' NO?





Uno dei cavalli di battaglia durante la campagna elettorale della presidente Serracchiani fu la specialità del Friuli Venezia Giulia. Secondo la presidente le passate giunte non sono state in grado di sfruttare a pieno lo statuto speciale di cui la nostra regione gode da sempre.
Effettivamente tra le regioni a statuto speciale, il Friuli Venezia Giulia è la regione che gode di meno vantaggi e purtroppo anche quella che ha fatto di meno per avere maggiore autonomia.
Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Sicilia e Sardegna hanno saputo sfruttare meglio di noi la loro specialità arrivando a livelli di autonomia molto elevati.
In particolare il Trentino Alto Adige è diviso in due province autonome, le quali trattengono il 90% delle tasse sul proprio territorio. Non è un caso che questa specialità, unita alla bassa corruzione e ad una buona amministrazione del denaro pubblico, abbia fatto raggiungere al Trentino alto Adige risultati più apprezzabili della altre regioni soprattutto quelle a statuto ordinario.
L’autonomia di Trento e Bolzano è stata conquistata però con molta fatica e non sono mancati episodi di violenza. Lo stato italiano infatti è sempre stato molto restio a concedere autonomia alle province preferendo un modello centralista.
La preferenza per il centralismo da parte dello stato centrale ha origini molto antiche e affonda sia nella storia che nella politica partitica.
Primo motivo risale all’unità d’Italia: La dinastia sabauda, sotto la quale si compì l’unità, aveva origini francesi e spesso il loro operato si ispirò direttamente allo stato francese, il quale era il modello più centralista d’Europa. Quando Vittorio Emmanuele si trovo a dover governare il paese appena unito, gli sembrò naturale copiare l’esempio più vicino a lui ovvero la Francia.
Tale decisione però generò quasi subito molto scontento: molti personaggi illustri del risorgimento erano infatti convinti federalisti e mal digerirono quella che fu chiamata “piemontizzazione”.
Effettivamente l’Italia proveniva da una lunga storia di stati regionali che nel tempo aveva sviluppato una loro identità ed una loro cultura. Per molti sembrava più logico che l’Italia si ispirasse alla Germania, paese dal passato simile al nostro sotto questo punto di vista.
La piemontizzazione continuò imperterrita fino alla Grande Guerra e diventò più aspra sotto il fascismo, quando lingue locali e dialetti furono ferocemente repressi.
La centralizzazione ha fortemente danneggiato la nostra regione: subito dopo l’unità d’Italia tutte le energie del nuovo stato si concentrarono sull’industrializzazione del triangolo Torino-Milano-Genova e per tutto il resto del paese vi fu poco spazio. Unico sospiro di sollievo fu l’adesione alla triplice alleanza dell’Italia che permise di mantenere una certa apertura dei confini con l’Austria-Ungheria a tutto vantaggio del Friuli che poteva così scambiare merci e manodopera con la Carinzia e la Slovenia.
La situazione si fece invece molto difficile con l’avvento del fascismo: da quel momento in poi non solo i confini rimasero chiusi ma la nostra regione, tradizionalmente abitata da minoranze slovene, croate e tedesche, venne sottoposta ad una italianizzazione forzata. Quasi tutti gli autoctoni di lingua tedesca furono mandati in Austria per effetto di un accordo con il governo della neonata repubblica austriaca mentre le tensioni con la Jugoslavia ebbero effetti molto negativi per le minoranza di lingua slava a lungo perseguitate. Rapporti che si sono esacerbati durante la Seconda Guerra Mondiale a causa del comportamento delle truppe d’occupazione italiane.
La fine del conflitto non riportò la normalità in regione: la questione di Trieste e l’inizio della Guerra Fredda trasformarono il Friuli in una zona di confine altamente fortificata. Dal 1946 fino al 1991 il Friuli confinò con la socialista Jugoslavia e con la neutrale Austria.
Nonostante la costituzione prevedesse l’istituzione delle regioni, di cui 5 a statuto speciale, tale dettato fu attuato solo nel 1963, segno che il centralismo venne scelto anche dalla neonata repubblica.
Anche in tempi più recenti la scelta centralista ha sembrato essere l’opzione preferita: la riforma del titolo V, nata con l’esigenza di decentralizzare, ha fallito nel suo compito non essendo mai stata seguita da un reale federalismo fiscale. Infine l’attuale crisi economica e la necessità dei tagli ah duramente colpito gli enti locali che hanno viste fortemente limitate le proprie possibilità d’azione.
Il secondo motivo risiede nella organizzazione dei partiti. Quasi tutti i partiti della prima repubblica avevano una organizzazione molto centralizzata poiché era necessario un ferreo controllo da parte della classe dirigente del partito. Così il decentramento veniva visto con ostilità perché poteva essere foriero di eventuali divisioni.
Risultato di queste politiche fu la nascita nei primi anni ’90 di movimenti ed istanze autonomiste sempre più forti che però alla fine non riuscirono ad imporre la propria volontà. I movimenti federaliste, infatti, sono rimasti schiacciati da un lato dal centralismo dei partiti romani e dall’altro dalle istanze indipendentiste che con il loro agire finirono per squalificare l’intero autonomismo come secessionismo.
Oggi noi possiamo legittimamente porci una domanda: perché il Friuli non può godere a pieno della propria specialità? Un Friuli Venezia Giulia diviso in due province autonome che trattengono sul territorio il 90% delle proprie tasse potrebbe essere un bel passo avanti in direzione di una maggiore autonomia e permetterebbe alla regione di venire meglio incontro alle esigenze imposte dall’integrazione europea e dalla globalizzazione. 

D.Deotto

giovedì 15 gennaio 2015

LA POLONIA: UNA PICCOLA POTENZA EMERGENTE





Il 2014 si è concluso in maniera molto positiva per la Polonia con la nomina di un presidente del consiglio europeo polacco. La cosa è risultata sorprendente per noi italiani ma in realtà ciò non dovrebbe sorprendere nessuno. Dalla caduta del regime comunista fino ad oggi la Polonia ha perseguito delle politiche molto precise che la hanno portata ad essere il paese dell’est europeo con la maggiore crescita ed il maggiore peso nelle istituzioni europee.
Anzitutto andrebbe ricordato che storicamente la polonia è stato un paese tutt’altro che marginale: nel XVI secolo fu sede di un impero molto fasto che comprendeva l’attuale Polonia, la Lituania, la Galizia, l’Ucraina e la Bielorussia. Quello che è passato alla storia come il Commonwealth polacco era una monarchia elettiva che lasciava alle periferia un ampio potere di autogoverno. L’impero si disgregò in seguito all’avanzata russa ed all’emergere della potenza prussiana.
Seguirono secoli difficili per la Polonia: smise di esistere come stato e dovette iniziare a combattere per la propria indipendenza. Il paese venne spartito tra le potenze: la zona occidentale alla Prussia, l’oriente alla Russia ed il sud all’Austria.
Per un breve periodo la Polonia tornò ad essere libera ma durò per poco: l’invasione nazista prima e quella comunista poi tolsero definitivamente la libertà ai polacchi.
Fu propria dalla Polonia che partì quella scintilla che provocò la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda.
La Polonia nel 1992 era un paese prostrato da una lunghissima lotta politica e economicamente arretrato. Emigrazione e povertà furono una costante della storia polacca per quasi tutti gli anni novanta.
E’ tuttavia esistito una piano di lungo periodo perseguito con decisione dalla maggior parte dei governi polacchi ovvero portare la Polonia ad occidente. Questo tipo di politica aveva il preciso obiettivo di distanziarsi sempre di più dai russi tutt’ora concepiti come una minaccia concreta. L’adesione alla UE ed alla NATO garantiva protezione nei confronti dei russi ed in misura minore anche dai tedeschi.
La Polonia ha inoltre dato una enorme importanza alle istituzioni europee che hanno ricambiato destinato una spesa complessiva di 104 miliardi di euro verso questo paese.
Sin dal loro ingresso nell’Unione i polacchi si sono preoccupati di mandare i loro uomini migliori a Bruxelles e di prendere parte attiva alle politiche economiche formulate dagli organi europei.
Il rispetto per i parametri imposti dall’Europa è inoltre sempre stato molto forte tanto che la polonia può tranquillamente sostenere che la sua democratizzazione è avvenuta seguendo le direttive di Bruxelles.
L’ultimo capolavoro polacco è stata la corretta gestione della crisi economica che ha portato il paese, già in crescita prima della crisi, a proseguire su binari più che soddisfacenti.
Allo scoppio della Crisi la Polonia si trovava in una situazione di crescita ma aveva alcuni problemi di sostenibilità delle pensioni. I polacchi decisero quindi di svalutare la propria moneta e puntare su una politica fiscale espansiva seguita da una deprezzamento della moneta e quindi una politica monetaria espansiva. Questa robusta manovra anticiclica è stata possibile anche grazie ai fondi europei conferiti al paese. Un esempio di questa manovre può essere visto nella gestione del sistema pensionistico prima affidato quasi per intero ai privati ed ora sottoposto ad un rigido controllo da parte dello stato.
Queste politiche sono state possibili perché la Polonia è arrivata alle soglie della crisi con i conti in ordine: un debito pubblico intorno al 50% ed una inflazione del 1,5%.
Il riordino dei conti pubblici polacchi dopo il disastroso periodo comunista è avvenuto grazie ad una riorganizzazione della banca centrale piuttosto originale: la Polonia infatti ha istituito una banca centrale indipendente sia dal controllo del governo che dal controllo della banche. Subito dopo la fine del regime comunista infatti il paese soffriva di problemi di inflazione determinati dal fatto che il governo stampasse continuamente moneta per pagare i debiti. La successiva riforma della banca centrale non risolse il problema. La Polonia infatti ha abbandonato l’obsoleto modello di controllo da parte di autorità multiple istituendo una autorità di vigilanza unica. In questo modo la polonia si è trovata ad avere una banca centrale indipendente sia dalle pressioni dei governi che dalle banche.
Nonostante la Polonia abbia dimostrato un deciso europeismo culminato nella elezione di un presidente del consiglio europeo polacco, il paese ha deciso di non aderire all’euro. Poco prima di natale il ministro delle finanze ha raffreddato gli entusiasmi di Bruxelles dicendo che il suo paese non è ancora pronto per entrare nella moneta unica. Questo rallentamento è dovuto ad una sorta di europeismo costruttivo adottato dal governo polacco. Quest’ultimo infatti nutre grossi dubbi circa l’efficacia ed il funzionamento della BCE.
La Polonia infatti è un paese in cui è presente una tripode desiderabile: disciplina fiscale, disciplina monetaria e vigilanza consolidata. I paesi dell’eurozona si trovano in una situazione in cui esiste solo una disciplina fiscale unificata. Completamente assente la politica fiscale comune e ancor di meno una vigilanza consolidata. Questa situazione rende i paesi dell’Europa occidentale delle anatre zoppe. Non a caso la crisi economica sta colpendo più duramente soprattutto l’Europa occidentale.
Risulta quindi perfettamente comprensibile perché un paese fortemente europeista abbia deciso al momento di rimanere fuori dalla unione monetaria. Perché rinunciare ad una situazione favorevole per abbracciarne una poco favorevole tenendo in considerazione che i polacchi hanno fatto le loro riforme seguendo i consigli della UE?
Il buon comportamento del governo polacco e la sua perseveranza nel perseguire una maggiore crescita economica hanno trascinato fuori il paese da una situazione di povertà che all’inizio degli anni novanta aveva colpito severamente la popolazione. La transizione alle democrazie ed alla economia di mercato è riuscita perfettamente. Oggi la Polonia può guardare al proprio futuro con fiducia conscia di essere riuscita a guadagnarsi un ruolo di un certo peso.  

D.Deotto