mercoledì 20 agosto 2014

CE LO CHIEDE L'EUROPA




La recessione tecnica in cui è caduta l’Italia è senz’altro l’argomento principe di una estate tutta da dimenticare. Alle cattive prestazioni economiche si è aggiunto anche un clima ostile che ci ha fatto vivere il mese d’agosto più freddo e piovoso da un secolo a questa parte.
Questo tuttavia non vuole essere il solito articolo che parla di statistiche economiche: con la crisi siamo tutti diventati provetti contabili ma abbiamo forse dimenticato che l’economia non è solo matematica ma è anzitutto parte delle scienze sociali e quindi i suoi problemi andrebbero trattati in maniera differente.
E’ fuori discussione che la crisi italiana sia una crisi economica ma è senz’altro parte di una crisi sociale e culturale molto più profonda che ormai attanaglia il paese da 25 anni. 
Essa si è concretizzata nella incapacità della società a cambiare ed a trovare una risoluzione a problemi specifici.
La società italiana si è divisa tra chi non ha volutamente chiuso gli occhi e tra chi si è lasciato prendere da un eccessiva esterofilia che l’economista Luigi Zingales chiama “sindrome dello straniero salvatore” nel suo libro “Europa si o no?”
Chi non vedeva nessun problema non si è mai impegnato a proporre nessun cambiamento sperando erroneamente che tutto sarebbe rimasto uguale e che tutto sommato questa situazione avrebbe fatto comodo a tutti.
Chi invece a ha tentato di proporre qualcosa ha usato la tattica del “buttiamoci in avanti col cuore e speriamo che tutto vada bene”.
Entrambi gli atteggiamenti hanno prodotto danni al paese: nel primo caso si sono creati degli irrigidimenti di tipo corporativo che impediscono ogni adattamento, anche necessario, della società. Nel secondo caso si sono prodotti cambiamenti non necessari dettati solo da uno spasmodico spirito esterofilo.
Nel periodo incluso tra il 1990 ed il 2014 non è vero che l’Italia non abbia fatto alcun tipo di riforma: ne ha fatte dove non servivano. I due esempi forse più lampanti sono l’introduzione dell’euro e l’adesione al processo di Bologna con conseguente riforma dell’istruzione e dell’università.
Nel primo caso si tratta di una scelta di politica economica: il duo Ciampi-Prodi aveva deciso che da quel momento in poi l’Italia avrebbe adottato una politica di tassi di cambio fissi. L’obiettivo era evitare il continuo ricorso alle svalutazione competitive e tenere bassa l’inflazione. Il problema di questa decisione però è stata che non si sono adeguate le politiche economiche al mutato contesto: se l’Italia aveva intenzione di passare ad una moneta forte avrebbe dovuto avviare delle riforme strutturali ed un ammodernamento delle infrastrutture di grande portata al fine di diventare allo stesso livello dei francesi e dei tedeschi. Ciò non è stato fatto. Al contrario l’entrata nell’Euro da parte dell’Italia è stata un evento passivo in cui si è addirittura fatti imporre un tasso di cambio molto sfavorevole. Ciò è successo perché chi ha gestione il nostro ingresso nell’area euro era convinto che sarebbe stata l’Europa a costringerci a fare le riforme e quindi bastava semplicemente aderire all’unione monetaria come atto di fede.
E’ stato un grande peccato di ottimismo: spesso gli italiani commettono l’errore di considerare gli stranieri come “portatori di civiltà” animati da spiriti di giustizia universali. In realtà gli altri stati si sono limitati a perseguire i propri interessi senza alcuna vocazione altruistica. L’unione monetaria ha rappresentato per la Francia una occasione per tenere sotto controllo una Germania nuovamente unificata mentre per i tedeschi l’unione era una occasione per imporre a tutto il continente un certo modello di politiche economiche a loro favorevoli. Un Italia posta all’esterno della moneta unica poteva essere una pericoloso concorrente quindi era meglio far entrare gli italiani a prescindere dal fatto che fossero pronti o meno ad entrare.Sarebbe, per esempio, bastato vincolare la nostra entrata ad una revisione dei tassi di cambio o ad una migliore organizzazione della BCE ed anche noi avremmo fatto i nostri interessi.
Un errore simile è stato commesso nell’ambito dell’istruzione: uno dei problemi principali in Italia è la netta divisione tra mondo della scuola e mondo del lavoro, che rende difficile l’inserimento in quest’ultimo alla fine del proprio percorso scolastico.
Sulla scia del processo di Bologna l’Italia ha voluto a tutti i costi adeguarsi alle nuove normative.
Avrebbe potuto essere l’occasione per unire il mondo della scuola a quello del lavoro invece il governo si è limitato ad aumentare il numero dei corsi di laurea ed a introdurre in maniera discutibile il modello del 3+2.
Anche per questa riforma ci è stato detto che “ce la chiedeva l’Europa” ma cosa hanno fatto i nostri partner europei? Gli inglesi non si sono mai adattati al processo di Bologna tant’è vero che l’università inglese ha mantenuto la propria impostazione originaria. La Germania ha introdotto il 3+2 adattandolo alle necessità di un maggior collegamento con il mondo del lavoro. C’è da dire che nell’ambito delle facoltà ordinistiche l’organizzazione è invece rimasta invariata.
Ancora una volta i nostri partner europei hanno pensato nella chiave di un’ottica di interesse nazionale mentre noi abbiamo fatto l’esatto opposto. Ed è proprio qui uno dei motivi della crisi italiana.
Nel nostro paese si è ormai smesso da tempo di guardare la società, studiarla, capirla e cercare di comprendere i meccanismi che funzionano e quelli che invece non funzionano.
Ci si è abbandonati ad un pericoloso eccesso di esterofilia introducendo nella nostra società leggi e consuetudini di altri paesi senza nemmeno chiederci se tali leggi avrebbero potuto funzionare in un contesto diverso da quello originario.
Intendiamoci bene, saper guardare aldilà dei propri confini e guardare l’esempio di chi ha saputo cavarsela meglio è di vitale importanza per qualunque nazione. Occorre tuttavia sempre adattare i modelli importati da altri nazioni alle esigenze locali.
L’Italia da troppo tempo è in preda ad una forte mancanza di autostima che le impedisce di analizzarsi e di cambiare. Finchè non impareremo a guardare noi stessi e a cercare di capire cosa sta succedendo non riusciremo mai a risolvere i nostri problemi. Ci limiteremo a guardare ed ammirare gli altri attribuendo loro intenti che non hanno e saremmo incapaci di tutelare i nostri interessi. 
Continueremo così a fare leggi inutili giustificandole con "ce lo ha chiesto l'Europa" senza però affrontare quelle che sono le vere emergenze del paese.

D.Deotto

lunedì 18 agosto 2014

SI RIPARTE...




Dopo la pausa estiva la nostra redazione riprende la sua attività. Ho ritenuto opportuno scrivere questo messaggio per informare i nostri lettori riguardo le novità nelle pubblicazioni.
Anzitutto è confermata la struttura esistente: verranno pubblicati tre articoli la settimana rispettivamente su temi di interesse locale, nazionale ed internazionale.
La novità che sarà introdotto dopo questa pausa estiva sarà l’intervista: di tanto in tanto proporremo sul blog delle interviste a persone. Che tipo di persone andremo ad intervistare?
Non ci interessa intervistare grosse personalità. Il nostro obiettivo è dare risalto a persone comune che però sono state capaci di creare qualcosa di importante per la società e per il territorio.
Vogliamo dare visibilità a chi nel proprio piccola sta facendo qualcosa di importante per la città e per la nostra regione. Non ci interessa, come fanno molti giornali, proporre modelli inarrivabili o dare visibilità a persona particolarmente fortunate. Ci interessa mostrare la realtà di persone comuni che con il proprio impegno sono state capaci di creare qualcosa di positivo. Persone che possano comunque essere viste come “esempi emulabili” dagli altri.
L’intervista verrà condotta da qualcuno dei nostri soci e poi pubblicata sul blog. Abbiamo deciso di non dare alcuna cadenza temporale alle interviste: non siamo noi a decidere chi ha fatto qualcosa di importante per il territorio quindi proporremo le interviste man mano che veniamo a conoscenza delle singole realtà.
Novità anche per quanto riguarda l’associazione: abbiamo ormai superato la fase di nascita e ci siamo ingranditi ora, sistemata la burocrazia, possiamo pensare ad essere più presenti sul territorio.
Stiamo organizzando degli eventi per il mese di settembre che segneranno il nostro esordio sul territorio.
Abbiamo inoltre deciso di dedicarci ad una più marcata attività sociale oltre che alla attività culturale che già svolgiamo.
Oltre agli articoli d’ora in poi inizieremo anche a pubblicare dei brevi inserti riguardanti le attività della associazione.
Vi terremo aggiornati sulle nostre iniziative. Per il momento auguriamo a tutti quanti un buon rientro.

domenica 3 agosto 2014

COMUNICAZIONE AI LETTORI



La redazione comunica che le pubblicazioni saranno sospese da lunedì 3 agosto fino a domenica 17 agosto.
Approfittiamo dell'estate per fare una piccola pausa e per riflettere meglio sui contenuti da proporre al nostro pubblico. Sono infatti in arrivo interessanti novità che richiedono però di essere valutate con attenzione e preparate bene.
La nostra pagina facebook invece rimarrà sempre attiva ed aggiornata così come sarà possibile continuare a ricevere risposta alle email.
Le attività del direttivo della nostra associazione invece continueranno e non conosceranno sosta nemmeno in questo mese.
Le pubblicazioni riprenderanno regolarmente lunedì 18 agosto.
Vi auguriamo buone vacanze per chi ci andrà ed in ogni caso un felice ferragosto!

Cordiali saluti.
La redazione del blog ed il direttivo dell'associazione.

venerdì 1 agosto 2014

LA MINACCIA CINESE IN EUROPA




La crisi economica compie ormai il suo sesto anno in Europa ed i suoi effetti non accennano a diminuire soprattutto nel sud Europa. Ma se Roma e Madrid piangono ormai nemmeno il nord Europa se la passa troppo bene. La crescita tedesca ha iniziato a diminuire, la Svezia rischia una bolla immobiliare e persino la virtuosa Olanda è ora entrata in recessione.
Le istituzioni europee sono impotenti di fronte a questo massacro mentre gli stati nazionali faticano a trovare un accordo tra di loro. Questa difficile situazione ha riacceso le rivalità in Europa facendo riemergere stereotipi nazionali che sembravano ormai sepolti da sessant’anni di pace.
Una Europa incapace di trovare la propria via è un continente debole ed alla merce di avversari più forti di cui spesso non si riesce nemmeno a percepire il pericolo.
Uno di questi casi è sicuramente la Cina: oggi il paese sito nell’Asia orientale è ben lontano dall’essere quel impero morente e debole che fu all’inizio del XX secolo o quel paese frenato dalle continue battaglie ideologiche di Mao Tse Tung ed è a tutti gli effetti una potenza emergente se non già affermata.
L’emergere della Cina come grande potenza è una preoccupazione ben nota ad americani e giapponesi che stanno prendendo provvedimenti a riguardo. Il presidente Obama da anni ha spostato la sua attenzione nel pacifico cercando di estendere l’influenza del Trans-Pacific Partnership al fine di contenere i cinesi.
Il paese del sol levante invece ha abbandonato la propria politica estera pacifista ricominciando ad armarsi e stringendo accordi bilaterali con l’India in funzione anticinese.
L’Europa non ha fatto nulla di concreto per fronteggiare la minaccia cinese eppure l’emergere di questa potenza rischia di creare problemi agli europei in ambito diplomatico, economico e sociale.
Dal punto di vista della politica estera l’emergere di una Cina ricca e potente rischia di mettere ancora più in ombra i paesi europei sempre più stremati di una crisi economica e spesso privi di una politica estera degna di questo nome. Questo sta già avvenendo in Africa e Sud America dove i cinesi hanno già iniziato un’opera di silenziosa colonizzazione. E’ per esempio noto che negli ultimi tre anni la Cina sia diventata uno dei maggior partner commerciali dell’Africa tanto che, secondo il libro bianco sulla cooperazione economica e commerciale Cina-Africa, esso ammonta a 198.490 milioni di dollari. Assieme ai capitali sono arrivati anche i coloni cinesi che si sono insediati nel continente nero. Uno smacco non da poco per potenze come la Francia ed il Regno Unito che in Africa hanno ancora parecchi interessi da tutelare.
Non sottovalutiamo nemmeno il pericolo cinese nel sud America: è ormai nota la volontà cinese di costruire un canale in Nicaragua che ha il preciso scopo di rompere il monopolio americano nell’America centrale.
Purtroppo i cinesi sono aiutati dalle sciagurate politiche del governo cubano e venezuelano che intendono usare i cinesi in funzione antiamericana senza rendersi conto che tutto ciò potrebbe ritorcersi contro di loro.
La Cina è una minaccia economica perché, vista l’immensità del paese ed il numero di abitanti può facilmente soppiantare l’Europa nel ruolo di primo mercato del mondo. Cosa ancora peggiore la Cina applica un modello di dumping commerciale dal quale gli europei non sanno o non vogliono difendersi.
A fare le spese di questa situazione è stata soprattutto la piccola e media impresa, gli artigiani ed il settore tessile che quasi ovunque in Europa risulta essere in forte crisi. Basta solo fare un giro nei mercati locali per rendersi conto che le bancarelle cinesi stanno ormai diventando la maggioranza a scapito delle nostre ormai in via di estinzione.
Il dumping commerciale cinese si sta espandendo anche in altri settori come quello della grande distribuzione e non è da escludere che in futuro si espanderà anche nel settore automobilistico con ingenti danni all’economia europea.
Fino ad ora la risposta dei paesi europei e della stessa UE è stata largamente insufficiente ed alla insegna dell’ottusità. Sebbene sia lodevole la volontà di favorire il libero mercato, esso non può essere interamente applicato nei confronti di paesi che non credono in questo principio e che applicano regole completamente diverse e non compatibili con quelle del nostro continente.
Infine la minaccia cinese è anche di tipo politico e sociale. Dopo l’abbandono del maoismo la Cina è diventata uno strano paese la cui classificazione risulta difficile anche per i politologi più esperti.
In ogni caso è abbastanza evidente che la Cina si basa una società di tipo “orientale” dove una larga fetta della popolazione vive in stato di estrema povertà, al limite dello schiavismo, ed è costretta a lavorare per mantenere in vita una stretta cerchia di funzionari di partito ricchi oltre ogni misura.
La Cina è un regime totalitario e collettivista fortemente ostile ad ogni principio liberale e democratico. La tensione ideologica del maoismo è ormai un lontano ricordo ma la Cina ha sicuramente mantenuto l’aspetto più brutale di un totalitarismo ovvero la repressione, la violenza sistematica nei confronti degli oppositori, lo sfruttamento e la mancanza dei più elementari diritti civili. In Cina, infatti, non esistono diritti dei lavoratori, non esistono contributi, non ci sono sussidi e la rappresentanza sindacale nelle imprese è inesistente. Allo stesso modo la libertà d’impresa è una chimera e può avviare una attività e commerciare solo chi fa comodo al partito.
Quale sia il modello cinese si è concretizzato in questi giorni nel tentativo di acquista del ACC Mel Plant da parte della multinazionale Wanbao: licenziamenti, tagli salariali, assenza di ferie e permessi per malattia ed estromissione del sindacato.
Insomma il modello cinese non sembra essere troppo diverso da quello in voga in quasi tutti i regimi totalitari dove una sparuta schiera di persone rintanate su una torre d’avorio decide del destino di milioni di persone site a 8000 kilometri di distanza senza tenere in minima considerazione le esigenze delle famiglie e del territorio.
L’Europa ed i paesi europei devono svegliarsi molto in fretta mettendo da parte il sogno di una Europa come “potenza civile” ed iniziare a pensare che senza una difesa a tutto tondo dell’economia, del modello sociale e degli interessi del nostro continente, si rischia di venire affossati dalla concorrenza di paesi che potrebbero introdurre nostro malgrado nel continente regole completamente estranee alla nostra civiltà.
La Cina risulta essere una minaccia per il nostro continente e per il nostro paese, minaccia a cui non è stata ancora data una risposta adeguata. 

D.Deotto