mercoledì 9 luglio 2014

LAVORO ED UNIVERSITA' DUE MONDI PURTROPPO SEPARATI




Fino al processo di Bologna, conseguenza dell’integrazione europea, l’Italia era dotata di un sistema universitario piuttosto rigido dal punto di vista delle valutazioni: il numero dei laureati era infatti molto basso ed in molti erano costretti ad abbandonare il percorso. Il numero dei laureati tra la popolazione era molto basso. I corsi di laurea erano tutti quinquennali o quadriennali. 
Generalmente chi riusciva ad ottenere un titolo di studio era molto ricercato sul mercato del lavoro a causa dello scarso numero di laureati.
La riforma dell’università ha completamente cambiato questo quadro: è stato introdotto il modello 3+2 ovvero quasi tutti i corsi di laurea sono stati spezzati in due parti: un precorso triennale che dava accesso ad una laurea di primo livello ed una specializzazione che si concludeva con una laurea di secondo livello. Le lauree quadriennali sono state allungate di un anno e spezzate allo stesso modo.
Obiettivo della riforma era anche quello di aumentare il numero dei laureati al fine di avere una manodopera più specializzata.
A più di un decennio dall’introduzione di questo sistema quali sono stati i risultati?
A dire la verità l’impatto della riforma non è stato positivo non tanto a causa della nuova struttura ma di come essa è stata applicata.
La struttura del 3+2 infatti è stata pensata dalla UE per permettere agli studenti universitari di dedicarsi maggiormente allo studio nei primi tre anni e successivamente, negli ultimi due, di specializzarsi anche tramite una esperienza lavorativa. Il modello del 3+2 è stato così interpretato nel nord Europa dove effettivamente le università si concentrano sulla teoria nei primi 3 anni per poi utilizzare gli ultimi due come una sorta di “ponte” tra il mondo dello studio e quello del lavoro.
Non la stessa cosa è avvenuta nel nostro paese: il 3+2 è stato applicato solo come una scissione del precedente percorso quinquennale. I tempi dell’università si sono allungati perché spesso per motivi burocratici si era costretti ad attendere un anno tra la fine della triennale e l’inizio della specialistica.
Si è tentato di promuovere la laurea triennale come una laurea vera e propria ottenendo scarsi risultati perché le statistiche ci dicono che sul mercato del lavoro i reclutatori hanno continuato a preferire le lauree di cinque anni rispetto a quelle di tre.
Contemporaneamente non ci si è focalizzati nella maniera adatta sul percorso specialistico: esso è stato interpretato come una sorta di prolungamento della triennale quando invece avrebbe meritato maggiore cura nella sua realizzazione fosse non altro per la preferenza manifestata dal mondo del lavoro per questo percorso.
A subire il danno maggiore sono state le lauree quadriennali come economia e scienze politiche che si sono ritrovate a dover allungare il loro corso di studi quando ciò non era necessario.
La severa crisi economica in cui siamo coinvolti ha cambiato di molto le carte in tavola: oggi è più difficile trovare lavoro anche per chi ha alti livelli di qualificazione a causa dell’alta disoccupazione e delle minori opportunità d’impiego anche se le statistiche dimostrano che le persone più qualificate detengono ancora un certo vantaggio.
Spesso le aziende richiedono sin dall’inizio esperienza, caratteristica che i giovani neolaureati o neodiplomati non possono avere. Come si può fare per cercare di migliorare la situazione?
Occorre avviare un accordo tra università e mondo del lavoro al fine di creare un collegamento tra università ed impresa che al giorno d’oggi non esiste o comunque è scarso.
Questo tipo di collaborazione può essere avviato sfruttando i percorsi già esistenti sul modello di quanto già fatto in altri paesi europei.
Si potrebbe, per esempio, concepire una laurea triennale incentrata interamente sullo studio e sulle nozioni. Tale percorso deve essere molto selettivo poiché deve porsi come filtro per l’accesso al biennio successivo. La laurea triennale di per se non rappresenta un traguardo dal punto di vista lavorativo ma solo uno step di un percorso che sfocia automaticamente nella laurea specialista.
L’interno percorso biennale della specialista va rivisto: essa non deve più essere una aggiunta di nozioni ma deve diventare una esperienza formativa di tipo pratico che fa da ponte tra il mondo dell’università e quello del lavoro.
Per scendere nel concreto ci si potrebbe organizzare nel seguente modo: attualmente la laurea specialistica prevede l’ottenimento di 120 crediti per il rilascio del titolo. 
Questi crediti si ottengono quasi esclusivamente attraverso lo svolgimento di esami.
Si potrebbe riformare il percorso stabilendo, per esempio, che 60 crediti su 120 vanno ottenuti tramite esperienze lavorative, tirocini in azienda, corsi di formazione professionale ed esperienze formative simili.
Questo potrebbe essere un buon modo per creare un ponte tra mondo del lavoro ed università cercando di venire incontro sia alle imprese che agli studenti. 

D.Deotto. 

lunedì 7 luglio 2014

CAMPO PROFUGHI DI PALMANOVA






Il tema immigrazione rimane ancora caldo in Regione: pochi giorni fa è stato allestito a Palmanova un centro di accoglienza per gli immigrati giunti a Lampedusa. Nello specifico si stratta di 30 siriani fuggiti dalla guerra civile.
Il compito del centro sarà quello di effettuare le visite mediche e poi inviarli verso altre destinazioni.
L’allestimento del campo è stato sin dal principio avvolto dalle proteste dei friulani che hanno mal digerito questa decisione: il timore della popolazione è che questi immigrati verranno poi fatti rimanere in regione erodendo le già scarse risorse a disposizione per i disoccupati.
Secondo il sindaco di Palmanova però lo scopo principale del campo è fornire cure mediche dopo di che esso sarà smantellato e gli immigrati inviati verso altre destinazioni.
Il campo profughi di Palmanova rivela il problema dell’immigrazione in tutta la sua drammaticità.
I continui sbarchi nel mediterraneo stanno mettendo in difficoltà il nostro paese da un lato colpito dalla crisi economica e dall’altro costretto ad affrontare il problema dell’immigrazione che, come ho scritto la scorsa settimana, rimane tutt’ora senza soluzione.
Non è la prima volta che il Friuli Venezia Giulia è sede di un campo profughi: non molti anni fa tocco a Gorizia ed anche allora le polemiche non mancarono.
Quello che più interessa ai cittadini è sapere cosa ne sarà di questi profughi una volta dimessi dalla struttura.
Questi immigrati saranno quasi sicuramente sistemati in qualche albergo della regione a spese dei cittadini e in vista di un inserimento sarà sicuramente loro proposto di lavorare qui.
Tutto questo interessamento da parte delle autorità locali per quelli che non sono cittadini italiani ha del paradossale: qui di certo non si vuole mettere in discussione il principio di solidarietà e di aiuto del prossimo ma è lecito porsi una domanda: perché queste persone hanno diritto ad un servizio così veloce ed efficace non normalmente a disposizione dei cittadini friulani?
Molti potrebbero rispondere che le leggi internazionali costringono il nostro paese a soccorrere queste persone. Le leggi internazionali, per la verità, obbligano soltanto a prestare un primo soccorso ed in nessun modo si parla di sistemazioni permanenti o accesso a diritti non normalmente accessibili.
L’atteggiamento portato avanti dalle istituzione sembra quindi più di natura ideologica che pratica: si vuole a tutti i costi continuare ad applicare il principio della “discriminazione positiva”, che ha già abbondantemente dimostrato di aver fallito negli ultimi vent’anni.
Da quando è iniziata l’operazione Mare Nostrum si tratta del quinto trasferimento avvenuto in provincia di Udine. Piuttosto che dare continua disponibilità a questo tipo di operazione sarebbe molto meglio per impiegare le scarse risorse in una efficace integrazione degli stranieri che vivono qui da molti anni oppure tentare un aiuto concreto verso quelle realtà che hanno bisogno al fine di prevenire l’immigrazione.
L’attenzione del governo e degli enti locali per i profughi del mediterraneo è stata molto alta.
Pare invece sia passato totalmente inosservato il fatto che pochi Kilometri oltre il confine ci sia stata una disastrosa alluvione dei Balcani che ha causato morti, dispersi e distruzione.
L’evento è passato inosservato tanto che solo le associazioni di volontariato si sono attivati per aiutare queste persone per giunta in gran parte cittadini europei. Non una parola è stata fatta dai mezzi di informazioni e non una parola è arrivata dalle istituzioni.
E’ impossibile non notare i due pesi e le due misure: sembra quindi che esistano dei bisognosi di seria A, a cui tutto e dovuto, e dei bisognosi di serie B che si possono ignorare.
Peccato che tra questi bisognosi di serie B ricadano troppo spesso disoccupati, senza tetto, stranieri residenti con difficoltà di integrazione e persone che nella loro quotidianità contribuiscono a mandare avanti il paese pagando le tasse. Nonostante tutto per queste persone non c’è spazio per altri sì. 

D.Deotto

sabato 5 luglio 2014

COSTA RICA: UNA NAZIONE SENZA ESERCITO




Mentre i Mondiali di Calcio in Brasile cominciano ad entrare nel vivo, una squadra in particolare ha stupito il mondo intero. La nazionale del Costa Rica, ritrovatasi come cenerentola nel girone di ferro tra Italia, Uruguay ed Inghilterra, è riuscita a imporsi, come molti italiani dolosamente ancora ricordano, sulle tre grandi compagini nazionali, vincendo il girone e proiettandosi verso gli ottavi sconfiggendo la Grecia e raggiungendo i quarti, dove affronterà la nazionale olandese in una sfida che non potrà più essere considerata come già scritta nel risultato.
Con la piccola nazione centro americana saltata di colpo alle cronache, soprattutto italiane, non è potuto non emergere un particolare che rende unico questo paese. Il Costa Rica, infatti, è l'unica nazione al Mondo che non possiede un proprio esercito regolare. Una nazione “pacifista”, che in un'Italia dove si è ferocemente discusso sull'acquisto dei caccia F-35 e il richiamo dell'Articolo 11 col ripudio costituzionale della guerra resta molto forte, non può certo passare inosservata.
Effettivamente una nazione sovrana che rinuncia allo strumento che più di tutti caratterizza uno stato, può sembrare una specie di miracolo insolubile in un Mondo così frammentato e, in particolare, in una regione, quale il Centro America, storicamente teatro di feroci conflitti tra nazioni ed interni. Un esercito centralizzato è la prima vera istituzione dello stato moderno, custode della sua principale caratteristica, quel “monopolio della violenza legittima” che ha consentito alla formula dello stato di imporsi come forma di governo da attuare su un territorio, a cominciare dall'Europa fino a diffondersi in pressoché ogni angolo del Mondo. Persino micro nazioni con un potere di difesa sostanzialmente nullo conservano, se non altro, piccole forze armate di rappresentanza, a testimonianza della propria indipendenza rispetto alle altre nazioni.
Questa incredibile particolarità ha perciò fatto sì che il Costa Rica venga spesso menzionato in articoli e riflessioni di carattere pacifista, sottolineando come il soldi risparmiati siano stati investiti in opere pubbliche di carattere civile. Una prospettiva che di certo interessa soprattutto l'Europa, tutt'oggi refrattaria alla prospettiva di tornare a spendere cifre importanti per la propria difesa nell'eventualità che gli Stati Uniti abbandonino la propria presenza militare nel vecchio continente. Le stesse Nazioni Unite hanno riconosciuto questo peculiare traguardo, stabilendo proprio in Costa Rica una “Università per la Pace”.
La decisione del Costa Rica di rinunciare ad un proprio esercito fu presa, il primo Dicembre del 1948, dal presidente José Figueres Guerrer, uscito vittorioso in una delle più sanguinose guerre civili della regione. L'intenzione era porre fine all'endemica instabilità politica del paese, caratteristica comune nella regione in quegli anni. Un anno dopo, tale decisione venne ratifica nell'articolo 12 della Costituzione del Costa Rica. Le risorse dapprima destinate all'esercito furono ripartite tra le forze di polizia, le spese per i beni culturali e quelle per l'istruzione. Questa rivoluzione ha segnato profondamente la cultura del Costa Rica stesso, al punto che dal 1986, il primo Dicembre è festa nazionale nel paese come “Giornata di Abolizione dell'Esercito”.
Passati ormai più di sessant'anni dallo scioglimento del proprio esercito, la visione dell'allora presidente Guerrer si è rivelata corretta. Unica tra le cinque repubbliche centro americane: Honduras, Guatemala, San Salvador e Nicaragua, il Costa Rica non ha conosciuto, dal 1948, ulteriori guerre civile. L'assenza di un esercito e la politica pacifista, nonostante alcune rivendicazioni di confine con il Nicaragua, ha fatto sì che il paese venisse risparmiato dal gioco dai giochi di potere di Usa e Urss nella regione durante la guerra fredda.
Gli Stati Uniti, in particolare, hanno sempre appoggiato la decisione del Costa Rica e la conseguente stabilità che ne è derivata, garantendo che, in caso di aggressione esterna, la nazione centro americana può contare sul supporto dell'esercito statunitense. Certamente, con dietro un protettore tanto importante, la svolta pacifista costaricana si è potuta compiere in maniera più serena e con più sicurezze verso le eventuali conseguenze di tale decisione.
Attualmente, le stesse forze di sicurezza interna costaricane sono addestrate da personale americano e in accademie americane, e gli Stati Uniti, negli ultimi anni, hanno voluto essere d'ulteriore supporto, offrendosi di aiutare anche in tematiche interne ma con elementi di carattere internazionali. Come aiuto alla lotta al traffico di droga internazionale, particolarmente violenta nella regione centro americana, il governo degli Stati Uniti ha inviato settemila militari.
La massiccia presenza statunitense negli affari costaricani, soprattutto in quelli legati alla sua decisione di rinunciare a un proprio esercito, non può non far pensare alla vera natura dietro a questa decisione. Il Costa Rica ha davvero voluto dare un messaggio al Mondo che la pace è ottenibile rinunciando del tutto alle armi, smentendo la massima romana, fulcro di ogni teorico politico, che per ottenere realmente la pace occorre essere preparati alla guerra? Oppure ha semplicemente sfruttato la propria posizione e la presenza di un potentissimo vicino per poter evitarsi guerre e crisi con altri paesi, relegando tali questioni ai suoi potenti protettori statunitensi? Forse il Costa Rica è il primo esempio di crisi dello stato, in quanto un suo esemplare rinuncia autonomamente alla sua caratteristica principale, tornando ad uno stadio similare a quello della contea medievale, con un rapporto ambiguo tra autonomia e sudditanza verso l'autorità superiore (in questo caso, gli Stati Uniti). Consapevoli che il continente americano è interamente nella zona d'interesse americana da ormai più di un secolo, aldilà degli onori pacifisti, hanno visto l'opportunità di massimizzare al meglio per loro una situazione che oggettivamente non potrebbero (e forse non vorrebbero) cambiare.
Se questo tipo di condizioni, dove una nazione è egemone incontrastata per lunghissimo tempo dell'intera regione, si ripetesse altrove, probabilmente altri stati seguirebbero l'esempio del Costa Rica: quali potrebbero esserne allora i “protettori”?
Attualmente, in quanto caso isolato e garantito dalla potenza egemone mondiale, complice il fatto di trovarsi nella stessa regione di quest'ultima, la scelta del Costa Rica ha garantito stabilità e una certa prosperità economica. Probabilmente ai costaricani importa poco se tale traguardo è stato ottenuto ancora come costaricani o come cittadini “de facto” statunitensi. Tuttavia, è necessario che tale riflessioni sia d'obbligo a tutti coloro che, in Europa e in Italia, guardano alla svolta costaricana esclusivamente dal punto di vista “romantica”. Attualmente, uno stato senza esercito non significa uno stato che non conoscerà mai la guerra e la violenza, ma bensì uno stato che ha deciso di voler dare fiducia ad altri soggetti nell'eventualità che queste tragedie accadessero. Si può sognare un'Italia con meno F-35 o un'Italia senza più basi militare americane nel territorio, ma l'idea di un'Italia con entrambe queste condizioni è una sciocchezza che certamente ha poco da spartire con il pacifico e lungimirante Costa Rica.

M. Annunziata

mercoledì 2 luglio 2014

UN NUOVO MODELLO DI INTEGRAZIONE PER L'ITALIA




Il problema dell’immigrazione e dell’integrazione degli stranieri è una delle questioni più dibattute degli ultimi tempi. E’ indubbio che la società italiana stia cambiando: in passato l’Italia è stata un paese d’emigrazione e per lungo tempo il fenomeno più comune è stato l’emigrazione di ritorno.
A partire dagli anni ’90 la situazione è cambiata e il nostro paese è diventato meta d’immigrazione da parte di popolazioni balcaniche, est europee, sudamericane ed africane.
La prima grande migrazione fu quella degli albanesi che venne affrontata dalla legge Martelli, un decreto d’urgenza che ha avuto più la funzione di gestire un emergenza che di regolare i flussi migratori.
Sono seguite altre comunità con il risultato che oggi in Italia risiedono stabilmente molti immigrati, la gran parte dei quali ha messo su famiglia ed ha fatto figli qui. I loro figli spesso sono nati e cresciuti in Italia.
L’esigenza dell’integrazione degli stranieri è quindi oggi un problema reale e sentito.
Il paradigma andato per la maggiore nel corso degli ulti 10 anni si è basato sulle “discriminazioni positive” ovvero concedere all’immigrato dei diritti superiori rispetto al autoctono al fine di facilitare il suo inserimento e la sua integrazione. Questo metodo ha tuttavia fallito nei suoi intendi creando solo malcontento ed auto-ghettizzazione sia tra gli immigrati che nel rapporto italiani-immigrati.
I bonus di cui godono, per esempio, coloro che sono appena sbarcati a Lampedusa sono un schiaffo morale nei confronti di tutti quegli immigrati che per poter rimanere in Italia hanno dovuto accettare qualsiasi tipo di lavoro, fare file interminabili in questura ed affrontare tutti i problemi tipici dell’inserimento in una nuova società. Tutte queste persone che non hanno ricevuto aiuti e che si sono adattate pur di poter rimanere in Italia si sentono oggi discriminate nei confronti di chi invece gode di vantaggi spesso sconosciuti persino agli stessi italiani. Sono proprio questi stranieri i primi a non tollerare questa situazione in quanto vissuta come una ingiustizia nei loro confronti.
Allo stesso modo risulta di difficile comprensione perché un immigrato appena sbarcato a Lampedusa debba godere di diritti spesso non riconosciuti a qualsiasi altro italiano anche se povero o in difficoltà.
Non si capisce per quale motivo un immigrato appena giunto nel paese debba ricevere un sussidio oppure perché ad essi debba essere destinati speciali corsi di formazioni magari non accessibili ai disoccupati italiani. Questa disparità di trattamento risulta incomprensibile in un momento di grande difficoltà per il paese che ha assolutamente bisogno di pensare prima di tutto agli italiani.
Le difficoltà della crisi hanno infatti indotto molti paesi ad una restrizione nelle politiche della immigrazione. Per esempio la Spagna già da molti anni ha adottato una politica di respingimenti basata sul principio che non ci sarebbe lavoro per questi nuovi arrivati.
La ricca Germania ha già da tempo posto un forte tetto all’arrivo di extracomunitari nel proprio territorio. Sempre più spesso essi devono dimostrare di potersi mantenere, di aver trovato un lavoro e di avere dei titoli di studio adeguati. In particolare si è voluto impedire che un extracomunitario posso godere troppo a lungo dei vantaggi del welfare state tedesco senza aver risieduto in Germania per un certo periodo di tempo.
Persino gli Stati Uniti, paese storicamente non ostile all’immigrazione, ha posto delle regole d’ingresso ben precise nel paese volte ad evitare una politica di accessi indiscriminati.
L’Italia invece che fa? In un periodo difficilissimo per la nazione, con una disoccupazione galoppante, decide di spendere milioni di euro a favore degli immigrati continuando con una politica di discriminazioni positive ormai arrivata a tal punto da infastidire gli italiani e gli stranieri residenti da lungo periodo.
Il punto più alto delle “discriminazioni positive” si è avuto forse in ambito calcistico a tal punto da avere un commissario tecnico che ha fatto più politica che sport e che ha costruito l’intera squadra attorno ad un giovane immaturo e sopravvalutato.
Tutte queste considerazioni però non devono portare verso pericolose derive di razzismo biologico.
Tali principi sono infatti dannosi al pari delle discriminazioni positive e vanno evitati in quanto privi di ogni fondamento.
Il problema non è il colore della pelle ma l’adozione di principi sbagliati che non favoriscono l’integrazione ma la rendono impossibile creando rancori e divisioni.
Il principio delle discriminazioni positive è infatti sbagliato nelle sue fondamenta perché va a ledere un altro principio altrettanto sacrosanto cioè quello del merito.
Meritocrazia e solidarietà sono due principi irrinunciabili per la società ed in nessun caso uno può offuscare l’altro.
Nel caso dell’immigrazione sarebbe necessario che in Italia si abbandonasse il principio della discriminazione positiva andrebbe abbandonato in nome dell’adozione dei principi della necessità, della affinità culturale e del merito inteso come volontà di adattamento.
Il numero degli ingressi dovrebbe essere regolato in base alle necessità della nazione così come il livello di qualifiche dei nuovi arrivati dovrebbe essere adeguato a quanto richiesto da una moderna economia avanzata. L’immigrazione andrebbe inoltre indirizzata verso quelle popolazioni che più facilmente possono integrarsi nel tessuto sociale italiano (per esempio altri europei o sud-americani) per motivi di tipo culturale e storico. Infine il nuovo arrivato deve dimostrare di essere disposto ad adattarsi ai costumi ed alle usanze del paese che lo sta ospitando. Solo in questa ottica si possono spendere efficacemente soldi pubblici.
I governi italiani anziché adottare politiche inefficaci dovrebbero aprire un atlante e studiarsi la legge sull’immigrazione di un paese che è collegato a noi anche se lontanissimo: l’Australia.
Questo paese ha infatti ideato una politica dell’immigrazione molto originale, rigorosa e soprattutto efficace.
Essa si basa sul respingimento degli immigrati irregolari e su una rigorosa politica di permessi per quanto riguarda l’immigrazione regolare. Detta in poche parole in Australia si può entrare solo se in possesso di determinati visti e si può rimanere solo si è riusciti a trovare un lavoro.  Gli australiani inoltre fanno una selezione in entrata in base al paese di provenienza dell’immigrato favorendo le culture più facilmente integrabili.
Lo stato australiano, inoltre, stanzia dei soldi per aiutare lo sviluppo dei paesi limitrofi dell’arcipelago al fine di creare delle condizioni di sviluppo economico in quei paesi impendendo così grosse ondate migratorie.
Il risultato è stato che l’Australia è stata in grado di trasformare i flussi migratori in una risorsa per l’economia mentre il nostro paese, a causa di visioni ideologiche, ha subito e sta subendo un danno da essi.
In Italia bisogna cambiare in fretta il paradigma alla basse della gestione dei flussi migratori. Chi sarà capace di compiere questo cambiamento avrà in mano la possibilità di creare una vera politica di integrazione e non una serie di finti bonus in grado soltanto di danneggiare l’economia e creare rancori tra i residenti. 

D.Deotto