lunedì 27 ottobre 2014

EVENTO CULTURALE IL PANE CHE UNISCE






Finalmente si avvicina la grande data: mercoledì 29 ottobre si terrà presso la pizzeria da Pierino la cena-evento culturale “Il Pane che Unisce” organizzato dalla nostra associazione e patrocinato dal comitato provinciale della Croce Rossa Italiana.
Il tema della serata verte sull’immigrazione e l’inclusione sociale in particolare si parlerà di legge sull’immigrazione e condizione dello straniero residente ed integrato in Italia.
L’evento è organizzato con la collaborazione di quattro comunità straniere: venezuelana, serba, corata e marocchina.
Saranno presenti alcuni rappresentanti del Centro Islamico di Udine, i quali parleranno riguardo il triste episodio del isis e dell’integralismo islamico ribadendo l’estraneità dei valori professati da questi estremisti rispetto alla tradizione islamica.
Verranno inoltre presentati musica e balli tipici serbi e croati inclusi la danza del ventre.
Infine potremmo contare sulla presenza dell’associazione Veneuropa.
Ogni nazionalità presenterà un piatto tipico della propria tradizione culinaria: Pabellon Criollo per il Venezuela, Pita sa Sirom e Pita sa krompirom per Serbia e Croazia, Milwue per il Marocco e infine la pizza per l’Italia. 
Potremmo contare sulla presenza di rappresentanti politici di maggioranza e di opposizione. 
Ringraziamo sentitamente la Croce Rossa Italiana, squadra di hockey su carrozzina dei Madracs e tutti gli sponsor che hanno appoggiato la nostra iniziativa: Tutto Estetica, EuroJapan, Gruppo Sane, Estetica Barbara micropigmentazione, Profumeria La Cipria.

il presidente. 
D.Deotto

lunedì 20 ottobre 2014

L'IMBARAZZANTE SAGA DELLA TENDOPOLI DI GORIZIA





L’operazione Mare Nostrum, oltre ad aver messo a nudo la debolezza del nostro paese, ha dimostrato per l’ennesima volta (come se ce ne fosse ancora bisogno) quanto dannose possano essere le posizioni ideologiche quando si parla di immigrazione.
Nel nostro piccolo il Friuli è stato testimone del fallimento delle politiche della “accoglienza indiscriminata” tramite l’imbarazzante saga della tendopoli del goriziano.
A Trieste e Gorizia si è assistito a scene degne del terzo mondo con tanto di creazione di baraccopoli in riva al fiume e città di cartone dentro edifici abbandonati.
Questi episodi hanno dimostrato da un lato tutte le lacune della politica dell’immigrazione italiana, dall’altro hanno creato problemi sociali in un momento di difficile crisi economica e sociale.
La responsabilità è da attribuire senz’altro alla provincia ed alla regione che si sono mosse in totale assenza di pragmatismo e buon senso, spesso rifiutando il dialogo con i comuni.
Le politiche sull’immigrazione italiane non generano integrazione ma fomentano disordini sociali ed in fin dei conti non sono utile all’immigrato nemmeno quando è un richiedente asilo.
In Italia non esistono politiche dell’integrazione sul lungo termine ma soltanto la gestione delle emergenze nel momento in cui ci sono gli sbarchi. Si tratta di politiche dispendiose che dopo aver accolto in tutta fretta l’immigrato, lo abbandonano al suo destino costringendolo ad arrangiarsi.
In Italia non è possibile condurre un dibattito obiettivo sul tema immigrazione perché viene strumentalizzato dalla politica a fini elettorali. La questione si riduce ad una semplice discissione dai tono molto accesi su chi può entrare e su chi può uscire. L’argomento immigrazione è molto delicato e ridurlo ad un dibattito entrate/uscite è riduttivo. Altro grave errore è ridurre l’intera questione ad una questione morale.
L’immigrazione è anzitutto una questione socio-economica e di politica internazionale. Volere a tutti i costi ideologizzarla oppure affrontarla esclusivamente da un punto di vista morale è il modo migliore per non trovare soluzioni.
La questione immigrazione non dovrebbe poi ridursi ad una questione normativa tra chi entra e chi esce dai confini nazionali. Parlare di immigrazione significa anche parlare di cosa concretamente si ha intenzione di fare per integrare i nuovi arrivati nel tessuto sociale.
Gestire l’emergenza allestendo tendopoli ha poco significato se poi non c’è un programma di inserimento dell’immigrato in società. L’Italia mostra molte carenze da questo punto di vista: si spendono un sacco di soldi per le emergenze umanitarie ma le politiche di integrazione successive a questa fase sono inesistenti.
Prova di ciò è la condizione dello straniero integrato e residente da anni nel nostro paese.
Spesso sono queste persone a pagare lo scotto maggiore nonostante siano quelle che effettivamente abbiano dimostrate tramite il lavoro e l’impegno di poter far parte a pieno titolo della nostra società.
In Italia invece si discute da almeno dieci anni sulle regole d’entrata senza per altro trovare un accordo e senza rendersi conto che esse hanno un significato relativo: esistono infatti paesi che hanno regole d’entrata piuttosto restrittive ma ottimi programmi d’integrazione (Austria, Australia e Germania) mentre esistono paesi con regole d’entrata permissive e politiche d’integrazione inesistenti (Italia).
La qualità di una politica d’integrazione non va valutata dalle regole d’entrata ma dalla capacità dello stato ospitante di poter integrare l’immigrato tramite apposite leggi.
Altrimenti rischiano di essere proprio gli immigrati integrati e che rispettano le regole a farne le spese.
La strumentalizzazione politica e la poca lungimiranza con cui si discute del tema immigrazione in Italia sta creando grossi problemi nella gestione del fenomeno: spesso si cambiano le regole d’entrata per motivi puramente ideologici. Mancano politiche d’integrazioni coerenti e sviluppate e tutto viene affidato alla casualità. Le pratiche burocratiche richiedono mesi per essere espletate causando spese ancora maggiori.
Vengono così adottate di volta in volta soluzioni temporanee che richiedono un enorme esborso di denaro e non aiutano in alcun modo nemmeno chi si vorrebbe fossero i destinatari di queste politiche.
Intanto ci si dimentica di chi in questa società si è integrato lavorando onestamente e rispettando le leggi, contribuendo così ad un maggior benessere collettivo. Queste persone potrebbero essere un’utile risorsa per risolvere la difficile situazione di crisi in cui versa il nostro paese.
Una cosa fino qui è certa: l’Italia avrebbe bisogno di un approccio meno ideologico e più pragmatico riguardo l’immigrazione. Soprattutto avrebbe bisogno di un’oggettività che manca ed a cui nessuno sembra voler tendere. 

D.Deotto

sabato 18 ottobre 2014

LA MANOVRA DI RENZI PER IL 2015




In questi giorni è stata varata la manovra finanziaria 2015.
La manovra è basata su quattro pilastri: taglia della spesa alla pubblica amministrazione, riduzione della pressione fiscale, cancellazione della componente lavoro dal irpef e azzeramento dei contributi per i nuovi assunti.
Ma manovra rispetta il limite del 3% imposto dalla unione europea ma a differenza delle precedenti manovre ha caratteristiche marcatamente espansive. Rispetto a tutte le manovre fatta dal 2011 in poi, che prevedevano solo tagli lineari, senz’altro si tratta di una novità.
Questa finanziaria può essere considerata la versione “timida” della manovra espansiva francese che è invece stata molto più profonda. Il governo francese si è infatti ribellato ai limiti imposti della UE varando una manovra che prevede lo sforamento del rapporto deficit/pil fino al 4,2%.
Il governo italiano presenta una versione “dolce”, dai contenuti espansivi ma comunque rispettosa dei limiti imposti dalla UE.
Sarà efficace questa manovra?
La risposta a questa domanda non è semplice perché per valutare l’efficacia dei provvedimenti bisognerà come minimo far passare tutto il 2015.
Ci sono tuttavia due questione estremamente importanti che determineranno o meno il successo di questa manovra: la prima riguarda il tempo, la seconda il funzionamento del sistema italiano.
La manovra espansiva arriva in Italia con quattro anni di ritardo. Già nel 2011, quanto la crisi italiana diventò evidente, l’Italia avrebbe avuto bisogno di una manovra espansiva per evitare effetti nefasti sull’occupazione ed in generale sull’industria. Allora si scelse la politica dei tagli lineari compromettendo una situazione economica già negativa. Le manovre degli anni successivi hanno continuato sulla strada tracciata dal governo Monti aggravando la situazione. Il 2014 è il primo anno in cui si è abbandonato questo approccio ma ormai è lecito chiedersi se non sia troppo tardi.
Come insegna la lezione della crisi del 1929, le manovre espansive per essere efficaci devono impiegare moltissime risorse ed essere condotte con estrema decisione. Il rischio attuale e che sia ancora troppo poco. Che un semplice taglio delle imposte non basti più nella situazione in cui versa l’Italia.
I danni all’economia negli ultimi 3 anni sono stati ingenti: la disoccupazione è salita al 13%, quella giovanile al 44%, 14269 imprese hanno fallito nel 2013 ed il numero potrebbe salire nel 2014, la cassa integrazione pesa per quasi 500 milioni sui conti pubblici, più di 80.000 italiano per il 70% laureati o comunque ad alta qualifica lasciano ogni anno il paese.
Si tratta di numeri molto pesanti davanti ai quali è lecito chiedersi se la manovra basterà oppure se sarà necessario un intervento molto più incisivo.
Il secondo punto riguarda la capacità delle regioni di tagliare gli sprechi e di evitare un aumento delle tasse in periferia. L’idea di tagliare le imposte sul lavoro è molto buona ma anche qui occorre chiedersi se non è troppo tardi. Il volume del lavoro in Italia è ridotto al minimo. Basteranno alcuni sgravi fiscali per far riprendere le assunzioni?
Con questa manovra si dimostra la volontà di tagliare le imposte ma la volontà del governo centrale corrisponderà con quella delle regioni?
Servirà uno sforzo a livello regionale per tagliare sprechi e spese inutili ma non è affatto certo che ciò accadrà. Potrebbe quindi accadere che la politica dei tagli lineari abbandonata dal centro venga ripresa dalla periferia.
Sembra che con questa manovra siano stati introdotti alcuni cambiamenti di mentalità ma per valutarne l’efficacia sarà necessario aspettare come minimo un anno. 

D.Deotto

mercoledì 15 ottobre 2014

IL TRAUMA DELLA GRANDE GUERRA NELLA COSCIENZA COLLETTIVA


Nel immaginario collettivo la Grande Guerra è rimasta forse il conflitto più traumatico nella storia dell'umanità soprattutto per quanto ha riguardato la condizione dei soldati al fronte.
La tragicità di quel conflitto non diminuì nemmeno dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale che a livello numerico causò molti più morti.
La letteratura ed il cinema hanno prodotto una quantità rilevante di libri e film sull'argomento tra i quali “Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale” di Remark e “Un Anno sull'Altipiano” di Lussu.
Le trasposizioni cinematografiche sono moltissime sia in Italia che all'estero.
Ma cosa ha reso tanto terribile la Grande Guerra da farla ricordare ancora oggi come il peggior conflitto della storia dell'umanità?
La risposta non è univoca e va rintracciata in una serie di problemi che si posero durante quei 4 anni di conflitto.
Il primo fu la mutata concezione delle regole di guerra. In un periodo incluso tra il 1648 ed il 1913 la guerra assomigliava più ad una grandissima partita a scacchi che ad un tragedia collettiva.
Questo perchè all'indomani della Pace di Westfalia la diplomazia europea decise in maniera unanime di modificare le regole di guerra. L'intera Europa di quel periodo usciva dalla Guerra dei Trent'anni, conflitto disastroso che provocò la rovina della Germania e la morte di moltissimi tra militari e civili, In quell'anno le potenze europee limitarono la guerra ad un solo scontro tra eserciti, che sarebbe dovuto avvenire seguendo certe regole. Severe norme furono imposte anche circa il comportamento degli eserciti occupanti nei confronti della popolazione civile. Insomma l'obiettivo era quello di rendere la guerra quanto meno traumatica possibile per i civili limitando il suo potenziale distruttivo ai militari. La conseguenza fu una guerra “ordinata” che si combatteva tra eserciti nazionali e che aveva il suo culmine nella battaglia campale e che solo in quel teatro produceva i suoi effetti distruttivi. La Grande Guerra ruppe questo schema perchè si tratto di una enorme mobilitazione collettiva che coinvolse tutta la popolazione. Le economie di interi paesi furono asservite alla produzione bellica e tra il 1914-1918 non era permesso pensare a nulla oltre che alla guerra. Le classiche regole di guerra vennero rotte tanto che intere città e campagne divennero teatro di uno scontro che risultò crudele anche per i civili. Lo stesso combattimento tra militari cambiò: al combattimento combinato tra artiglieria, fanteria e cavalleria in maniera ordinata si sostituirono le immense cariche frontali di fanteria alternate da bombardamenti di artiglieria. Alla battaglia campale si sostituì la guerra di trincea.
Il secondo punto criticò fu il progresso tecnologico delle armi. Fucili più potenti e rapidi, mitragliatrici ed artiglierie micidiali resero inutile la cavalleria e molto sanguinose le cariche all'arma bianca della fanteria. Gli eserciti della Grande Guerra disponeva di armi difensive molto potenti ma erano privi di una vera e propria arma offensiva. I generali europei non erano pronti a questo cambiamento e continuarono ad utilizzare strategie e tattiche tipiche delle guerre napoleoniche. Questo successe perchè da dopo la Restaurazione ed ancor di più da dopo la guerra Franco-Prussiana non vi furono più conflitti di vasta scala in Europa. I generali, abituati a combattere in guerre coloniali o usando tattiche ottocentesche, non avevano immaginato l'impatto delle nuove armi e si ritrovarono impreparati al conflitto.
Terzo punto critico fu la mancanza di medicinali adatti alla cura delle ferite di guerra: le già alte perdite della guerra di trincea venivano ulteriormente aumentate dal fatto che moltissimi soldati morirono di infezioni in ospedali da campo simili a lazzaretti. Le schegge delle granate e delle artiglierie provocavano molto spesso infezioni, dalle quali i soldati faticavano a guarire. Poteva quindi capitare che per una scheggia di granata ad un tallone si dovesse amputare l'intera gamba oppure che una banale ferita si trasformasse in una infezione mortale. Gli antibiotici ancora non esistevano e molto era affidato alla fortuna. Le pessime condizioni igenico-sanitarie in trincea favorirono inoltre il diffondersi di epidemie come per esempio l'influenza spagnola che trovò terreno fertile nelle trincee per poi attecchire anche tra i civili con il ritorno a casa dei soldati.
L'alto numero di morti causati dalla grande guerra causò negli anni '20 e '30 un severo calo della popolazione che colpì duramente le economie dei paesi. Un intera generazione fu spazzata via dal fuoco delle mitragliatrici e chi riuscì a tornare a casa si ritrovò mutilato, colpito da disagi psichici o comunque con gravi problemi di reinserimento sociale.
La Francia fu colpita con particolare severità tanto che il governo francese fu costretto a costruire una fitta rete di alleanze in est Europa poiché lo stato maggiore francese aveva difficoltà a ricostruire un esercito cronicamente colpito da mancanza di reclute.
Dunque la Grande Guerra spazzò via in quattro anni quelle che erano le regole e l'idea stessa della guerra che era maturata nei due secoli e mezzo precedenti sconvolgendo militari e civili.
Nel 1918 l'idea della guerra “classica” già non esisteva più.
Abituati ad una idea di guerra in cui la violenza era confinata al campo di battaglia ed era questione che riguardava più che altro i militari, l'Europa rimase sconvolta da quella che la prima guerra totale della storia. Così come rimase sconvolta dalla spietata efficacia delle armi moderne che causarono quasi 10 milioni di morti e 21 milioni di feriti. 


mercoledì 8 ottobre 2014

FRIULI 1914



Nell'anno dello scoppio della Grande Guerra il Friuli era una tranquilla regione agricola che poco desiderava entrare in un conflitto armato. Non a caso in Friuli la maggior parte della popolazione dai socialisti, ai liberali fino ai cattolici era a favore della neutralità.
Si trattava di una neutralità interessata perchè allora molti friulani lavoravano in Austria come emigranti stagionali. La neutralità faceva comodo ai friulani che avrebbero potuto continuare a lavorare nei cantieri, nelle fabbriche e nelle miniere austriache approfittando magari dell'improvviso aumento del volume di lavoro dovuto alla guerra.
Ciò tuttavia non si avverò ed al contrario alla fine del 1914 ben 83.000 lavoratori stagionali furono costretti a tornarsene a casa interrompendo la stagione oppure senza essere pagati.
La stagione migratoria del 1914 si rivelò un disastro per i friulani a causa delle tensioni internazionali: il rifiuto dell'Italia di scendere in guerra a fianco degli imperi centrali aveva infatti raffreddato i rapporti con l'impero austroungarico che ora vedeva negli italiani una potenziale minaccia. Si preferiva quindi non assumerli o rimpatriarli il prima possibile.
Il Frili di allora mancava di unità territoriale: il confine si trovava subito dopo Cormons a est mentre Pontebba wera la piccola Berlino del Friuli in quanto divisa a metà dal confine.
Gorizia, Te Trieste erano possedimenti austriaci e vi erano anche alcune enclavi imperiali in territorio italiano come Aquileia.
Risulta facile comprendere quindi perchè il Friuli di allora ci tenesse ad avere buoni rapporto con l'Austria.
Un'altro evento che complicò la situazione fu un regio decreto che sottopose tutti i paesi di confine al regime di polizia militare. Questo rese molto complicato attraversare il confine e deteriorò i rapporti con l'Austria.
Alla fine del 1914 era ormai chiaro che il Friuli accusava tutti i danni tipici di una situazione che velocemente andava verso il conflitto.
Quasi 100.000 friulani tra lavoratori stagionali e residenti nei territori controllati dagli austriaci furono costretti a rimpatriare. Molti loro diventarono disoccupati o persone bisognose di aiuto.
Scoppiò una emergenza umanitaria di tale gravità che i rappresentanti locali furono costretti a chiedere aiuto a Roma.
L'interruzione dei rapporti con i territori sotto amministrazione austriaca fece scoppiare una crisi economica che portò ad una impennata dei prezzi e ad un aumento della disoccupazione. Così la disoccupazione dei migranti di ritorno andò a sommarsi con quella degli autoctoni creando uno stato di emergenza che si risolse solo con il passaggio ad una economia di guerra.
Tutti questi fatti facevano propendere la popolazione locale per la neutralità ma la città di Udine era sede anche della "Delegazione ed assistenza dei profughi", una organizzazzione irredentista composta da friulani, goriziani, triestini, istriani e dalmati cacciati dalle terre dell'Impero.
Questa associazione diventò il punto di riferimento degli irredentisti friulani e con il 1914 cominciò ad ingrossarsi con l'arrivo di un sempre maggior numero di italiani cacciati dai territori circostanti governati dagli austriaci. L'associazione aveva presa soprattutto sulla parte più giovane della popolazione chierata in maggior numero per l'interventismo.
La forza degli irredentisti divennne tali che in ben due occasioni furono fermati dai Carabinieri nel tentativo di organizzare un incidente di confine che avrebbe dovuto provocare la guerra tra Italia ed Austria.
In questo periodo il Friuli era al centro di una lotta tra la rete spionistica italiana e quelle austriaca che fu molto feroce e spesso difficile poichè gli austriaci utilizzavano spie di origine italiana.
Ragogna e Pinzano, per esempio, erano luoghi controllati dai servizi segreti austriaci mentre udine era la roccaforte dei servizi segreti italiani. Gli austriaci erano interessati a sapere cosa stesse succedendo in Friuli mentre gli italiani cercavano di sabotare la costruzione delle difese austriache.
Al inizio del 1915 era ormai chiaro a tutti i Friulani che la loro terra non sarebbe tornata alla normalità in tempi brevi e che molto probabilmente il Friuli sarebbe stato il teatro principale di un conflitto di grandi proporzioni.
il 2 aprile 1915 i carabinieri fermarono degli irredentisti che intendevano assaltare una caserma austriaca travestiti da soldati italiani. furono arrestati e messi in prigione ma subito liberati grazie all'intervento della procura di Venezia. Nel giro di due mesi il Friuli si sarebbe trovato in guerra.

D.Deotto

lunedì 6 ottobre 2014

L'INIZIO DELLA GRANDE GUERRA


Nel ottobre del 1914 la Grande Guerra era iniziata da due mesi.
Tutti sanno che ufficialmente il conflitto inizio con la dichiarazione di guerra austriaca alla Serbia, che a sua volta causò l'entrata in guerra della Russia. Da qui si innescò una reazione a catena che in breve tempo portò in guerra la Germania, la Francia, il Regno Unito e l'Impero ottomano.
Ben in pochi sanno però che questi furono solo dei pretesti: l'Austria-Ungheria non dichiarò guerra alla Serbia per l'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando. Tra l'attentato di Sarajevo e la dichiarazione di guerra passò più di un mese e durante quel periodo l'Austria non sembrava proprio un paese sull'orlo di una guerra. In realtà gli austriaci non erano entusiasti di iniziare una guerra di grandi proporzioni: l'impero austro-ungarico era infatti in crisi dilaniato dai nazionalismi, da una economia arretrata e da un esercito non pronto al conflitto.
Chi invece era pronto al conflitto ed in fondo pure lo desiderava era il kaiser tedesco Gugliemo II che voleva rompere il cerchio che inglesi e russi avevano stretto attorno a lui con la Triplice Intesa.
In particolare i tedeschi temevano moltissimo una invasione russa da est e già da tempo avevano predisposto un piano per eliminare l'impero russo. Questo piano però doveva necessariamente essere attuato prima che i russi facessero una riforma militare. Una russia dotata di un esercito moderno e di ufficiali ben addestrati sarebbe stata un avversario troppo forte per la Germania.
Non è quindi un caso che la Germania abbia fatto di tutto per trascinare i russi nel conflitto prima che il loro esercito venisse ammodernato.
Il nemico principale della Germania non era la Francia ma la Russia: la strategia di guerra infatti prevedeva una guerra lampo ad occidente ed un rapido armistizio con la Francia per poi potersi concentrare sul fronte orientale ed arrivare fino a Mosca.
Il piano tuttavia fallì perchè i tedeschi vennero fermati dai francesi sulla Marna. L'alto commando tedesco commise un grosso errore: dopo lo sfondamento in Belgio, la strada per Parigi era spianata.
La situazione era talmente grave che il governo francese si era spostato a sud e la popolazione era stata armata per affrontare l'assedio della città. I tedeschi non se ne accorsero e preferirono optare per una manovra a tenaglia sulla marna che avrebbe avuto lo scopo di circondare dell'esercito francese.
Quando i francesi si accorsero della manovra tedesca li attaccarono sul fianco muovendo da Parigi riuscendo a respingerli. Da quel momento in poi il fronte occidentale si stabilizzò dando origine alla temibilissima guerra di posizione che tutti conosciamo. Oltre a ciò esso divenne il fronte principale, quello che costò più vite umane ad entrambi i contendenti.
L'Italia rimase neutrale in questa prima fase: essa era legata ad Austria e Germania da un patto di difesa che potè non rispettare perchè i suoi alleati non erano stati aggrediti. Inoltre il trattato della Triplice Alleanza prevedeva che in caso di una espansione territoriale nei balcani degli Austriaci, gli italiani avrebbero essere indenizzati con compensi territoriali. Quando l'Austria invase la Serbia, non diede alcun compenso all'Italia che si chiamò fuori. I tedeschi avevano subito fiutato il pericolo dell'apertura di un nuovo fronte sulle Apli ed erano favorevoli a concedere all'Italia le città di Trento e Trieste. Gli asutriaci si rifiutarono di concedere il loro principale sbocco sull'Adriatico ponendo fine ad ogni trattativa. In questo periodo il Friuli viveva ancora in tranquillità anche se privo di unità territoriale: gran parte della Venezia Giulia era nelle mani degli austriaci e lo storico centro di Aquileia faceva parte dei territori dell'Impero. Pontebba era una piccola Berlino divisa tra una metà italiana ed una austriaca chiamata Pontafel. Tracce di questa divisione possiamo notarle ancora oggi sul territorio della piccola cittadina: nel paese infatti sono presenti due chiese una in stile italiano ed una in stile austriaco. In questo primissimo periodo in Italia cominciò a diffondersi un dibattito tra neutralisti ed interventisti. Questo primo perido fu però segnato dalla presenza di un interventismo a favore degli imperi centrali ovvero secondo alcuni l'Italia avrebbe dovuto in onore della vecchia alleanza dinfensiva entrare in guerra contro inglesi e francesi puntando tutto sulla conquista di Nizza, Savoia, Corsica, la Tunisia e l'Egitto. Tuttavia questo interventismo durò molto poco a causa della mancanza di ogni tipo di concessione da parte degli austriaci e delle evidenti difficoltà militari in cui si sarebbe trovato il paese constretto a confrontarsi su quattro fronti tra terra e mare.

D.Deotto