domenica 13 aprile 2014

L’UNIVERSITA’ DI UDINE: UN' OCCASIONE PER LO SVILUPPO DELLA CITTA’





L’università di Udine è stata fondata nel 1978 nel ambito degli interventi di ricostruzione del Friuli dopo il disastroso terremoto del 1976.
Già da parecchi anni politici ed intellettuali friulani si erano mobilitati per chiedere l’apertura di un nuovo ateneo nella città friulana arrivando persino ad una raccolta firme di 125.000 persone.
L’università nacque sulla base del consorzio universitario già attivo dal 1968 ed a cui partecipavano l’allora sindaco di Udine prof. Cadetto, il dott. Braida, il senatore Burtolo, l’onorevole Lepre e l’avvocato Turello.
Ben presto si associò al consorzio anche la camera di commercio, la cassa di risparmio e diversi altri enti locali.
Primo rettore dell’ateneo udinese fu il prof. Servadei proveniente dall’università di Padova che scomparì prematuramente l’anno successivo alla sua elezione.
Al giorno d’oggi l’università di Udine ha attive dieci facoltà ed una scuola superiore attivata nel 2004 che offre un ampio ventaglio di corsi di approfondimento.
Nel 2013 Udine è stata premiata come università virtuosa soprattutto nell’ambito della ricerca ma tale risultato non ha portato alcun vantaggio per il nostro ateneo che ha dovuto lasciare sul campo 979.774 Euro da destinare ad un fondo comune per il risanamento delle università che altrimenti avrebbero ricevuto tagli superiori al 5% vista la scarsa virtuosità.
Udine è da sempre poco considerata dallo stato centrale tanto che si stima che la nostra sia una delle università più sotto-finanziate in rapporto alle performance degli ultimi anni.
Tutto questo indubbiamente ci danneggia come città perché l’università potrebbe sicuramente essere un importante volano di sviluppo per la città.
Eppure città come New Haven, Cambridge del Massachusetts, Berkeley, Oxford, Aberystwyth basano la propria notorietà ed economia sulla presenza di prestigiose università.
Per esempio a New Haven la Yale University è il principale datore di lavoro della città.
New Haven, oltre ad essere una città ricca, è abitata da più di 120.000 abitanti chiaro segno che per puntare all’eccellenza non occorre essere delle metropoli come erroneamente si pensa spesso in Italia.
Aberystwyth è invece una antica città mercantile oggi riconvertita in sede di una delle università con i rating più alti di tutto il Regno Unito. La città oggi gira intorno al campus universitario, ai servizi per gli studenti ed alla ricerca. Lo sviluppo del polo universitario è stata una importante occasione di sviluppo di posti di lavoro.
Udine potrebbe benissimo sviluppare ulteriormente la propria università per renderla un centro di eccellenza a livello nazionale ed internazionale. Questo, oltre a creare posti di lavoro, aumenterebbe la notorietà della città ed, attraverso la ricerca, aiuterebbe l’economia dell’intero Friuli.
La particolare posizione in cui si trova Udine potrebbe renderla attrattiva anche per studenti austriaci e sloveni attraverso l’attivazione di corsi di studi in lingua straniera.
Un altro importante bacino d’utenza sono gli studenti lavoratori e tutti coloro che intendono aumentare la propria specializzazione mantenendo però il loro posto di lavoro.
Si potrebbe venire incontro a queste persone, per esempio, rendendo possibile seguire le lezioni via streaming e creando corsi, anche a pagamento, per loro.
Tutto ciò accrescerebbe l’importanza e la notorietà del ateneo friulano aumentando così i posti di lavoro e migliorando l’economia di tutta la provincia.
Affinchè tutto ciò sia possibile sono però necessari dei cambiamenti sia a livello cittadino che nazionale: Udine deve abbandonare quel provincialismo che spesso la porta ad accontentarsi rinunciando ad avere ambizioni. Serve, inoltre, una classe politica che creda fortemente in un simile progetto.
Molto importante risulterebbe essere una riforma nazionale che, sul modello inglese, preveda l’istituzione di un meccanismo meritocratico per premiare le università virtuose (a cui dovrebbero essere assegnati più fondi) punendo invece quelle inefficienti. Finchè in Italia si continuerà a “salvare” chi non merita a discapito di chi invece merita spacciando tutto questo per solidarietà, sarà sempre molto difficile per il nostro paese promuovere l’eccellenza.
Rendere l’università di Udine un polo di eccellenza è un obbiettivo realistico e possibile per la nostra città occorre però un progetto serio ed una classe dirigente disposta a crederci.

D.Deotto

venerdì 11 aprile 2014

IL FENOMENO RENZI: SIAMO DI FRONTE AD UNA BAD GODESBERG ITALIANA?




Il 15 novembre 1959 nella piccola cittadina di Bad Godesberg (oggi un quartiere di Bonn) successe un evento che era destinato a cambiare la vita di milioni di cittadini tedeschi ed europei.
In una giornata d’autunno si riunì in congresso il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) per elaborare un nuovo programma fondamentale.
La Germania post-bellica era stata governata fino a quel momento dall’abile politico conservatore Konrad Adenauer. Egli governava la Repubblica Federale Tedesca (RFT) sin dalla sua nascita in coalizione con i liberali. Il suo principale avversario era la SPD che però non era mai riuscita ad impensierirlo.
La SPD di quel periodo era un partito rigorosamente marxista, che riusciva ad attrarre i voti esclusivamente della classe operaia e di parte degli intellettuali.
All’interno del partito esisteva una agguerrita corrente minoritaria che si opponeva al marxismo ma che fino a quel momento era sempre stata una minoranza.
La SPD si affacciò alle elezioni del 1957 convinta di poter vincere invece le elezioni si rivelarono un disastro poiché la CDU di Adenauer riuscì addirittura a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.
La sconfitta provocò la caduta della classe dirigente marxista della SPD e la sua sostituzione con la minoranza riformista. Protagonisti di questo cambiamento furono due nuovi ed emergenti politici come Willy Brandt ed Helmut Schmidt, entrambi destinati ad un roseo futuro.
La nuova maggioranza riformista sconvolse completamente quella che era l’idea di socialismo in Europa: la teoria marxista fu messa da parte ed al suo posto furono introdotte le teorie del socialismo liberale.
Questo nuovo socialismo accettava l’economia di mercato a patto che esistesse una vera concorrenza. Tuttavia essa veniva considerata incapace di ripartire equamente da sé il reddito e quindi si rendeva necessario intervenire con apposite politiche aventi l’obiettivo di consentire ad ogni individuo di poter disporre di un proprio patrimonio che gli permettesse la costruzione di una esistenza decorosa.
Gli obiettivi principali erano tre: il raggiungimento della piena occupazione, la crescita della produttività e l’aumento del benessere.
Si richiedevano inoltre politiche favorevoli alle piccole e medie imprese al fine di evitare pericolosi monopoli.
Infine si stabilirono particolari misure di protezioni per giovani, donne ed anziani.
Quello che una rinnovata SPD proponeva era un capitalismo calmierato in cui l’interventismo statale avveniva comunque nel rispetto delle regole del libero mercato.
La nuova classe dirigente della SPD passò dei momenti difficili perché continuamente osteggiata da una minoranza marxista abbastanza agguerrita. Tuttavia i nuovi dirigenti trovarono un prezioso alleato nei liberali della FDP, che si dimostrarono disponibili a dialogare.
Da questo momento in poi la SPD ebbe una crescita di consensi costante tanto da superare la soglia del 40% arrivando nel 1969 a formare un governo di coalizione con la FDP.
La SPD rimase al governo fino al 1983 modificando in maniera significativa l’assetto della Germania.
La linea proposta a Bad Godesberg si diffuse presto in tutti i partiti socialisti europei subendo adattamenti e modifiche venti anni più tardi quando si affermò il blairismo.
Sebbene la linea di governo del ex primo ministro inglese contenga elementi di originalità che non ci permettono di classificarlo come un semplice “aggiornamento” di Bad Godesberg, senz’altro il suo pensiero si colloca sulla scia di una sinistra che riteneva possibile conciliare la solidarietà sociale con i principi del libero mercato.
Questo evento in Italia è praticamente sconosciuto ed a suo tempo fu sbrigativamente liquidato dalla sinistra italiana ancora troppo legata al marxismo.
Soltanto molti anni più tardi, con l’avvento di Bettino Craxi alla segreteria del PSI, le tesi di Bad Godesberg vennero recepite anche in Italia ma tale processo si interruppe a causa della scomparsa del PSI dovuta allo scandalo di tangentopoli.
Da questo momento in poi le redini della sinistra italiana furono prese in mano da gruppi di partiti composti da ex comunisti ed ex cattolici di sinistra che si riunirono attorno a diverse sigle come PDS, Ulivo, PD.
Nessuna di queste sigle fino ad ora ha avuto grande successo a causa delle posizioni troppo conservatrici adottate in campo istituzionale, mercato del lavoro, giustizia e politiche economiche.
La storia della sinistra italiana fino ad ora è stata costellata da governi traballanti e sonanti sconfitte elettorali segno dell’incapacità di questa coalizione di convincere gli italiani che essi sarebbero stati capaci di cambiare il paese.
Queste drammatiche vicende hanno portato all’interno della sinistra italiana alla comparsa della corrente dei rottamatori, persone animate dalla forte volontà di cambiare completamente l’indirizzo del partito.
Il 8 dicembre 2011 Matteo Renzi vince le primarie del PD proponendo un rinnovamento completo del partito che fino a quel momento era stato dominato da Massimo D’Alema, un ex PCI da sempre molto critico nei confronti della socialdemocrazia europea. 
Durante la sua ascesa Renzi ha menzionato più volte Bad Godesberg e Tony Blair per meglio far comprendere la sua idea di cambiamento: l’impatto è stato fortissimo ed ha generato aspri dibattiti e conflitti sia tra i politici che tra gli elettori.
Che sia arrivata finalmente anche per la sinistra italiana la sua definitiva Bad Godesberg? 

D.Deotto

mercoledì 9 aprile 2014

ALLARME SICUREZZA AD UDINE: CITTA' SOTTO ASSEDIO



La nostra città è stata per molto tempo considerata un'oasi felice dal punto di vista della sicurezza: un tasso di omicidi molto basso, l'assenza di una criminalità organizzata fortemente strutturata ed il basso numero di reati sono state a lungo una realtà.
Questa situazione oggi è cambiata ed Udine non è più l'oasi felice di un tempo.
Secondo quanto emerso dal seminario “La sicurezza come esigenza del singolo e della collettività” organizzata dalla Camera di Commercio di Udine, sono aumentati reati quali furti, rapine in villa, assalti ai bancomat, truffe seriali e finanziarie dedite al riciclaggio del denaro sporco.
Un grosso problema risulta essere quello dei delinquenti pendolari cioè figure criminali che oggi colpiscono in una zona d'Italia per poi colpire l'indomani da tutt'altra parte.
Il fenomeno ha assunto anche dimensione transfrontaliera a causa della vicinanza della nostra regione a molti paesi dell'est.
Nel mese di febbraio le forze dell'ordine hanno setacciato il Borgo Stazione arrestando due nigeriani trovati in possesso di maijuana destinata ad essere venduta a studenti ed universitari.
La zona della stazione sembra essere particolarmente segnata da episodi di criminalità poichè polizia e carabinieri sono tutt'ora impegnati a sgominare traffici di droga, furti e microcriminalità. 
A Martignacco invece è stata arrestata una coppia di sloveni trovata in posesso di materiale rubato per un valore di 6000 euro. Si sospetta che la coppia abbia derubato il Città Fiera ed abbia razziato parecchi piccoli negozi della provincia.
Il procuratore capo di Udine, pur negando la presenza di gravi episodi di criminalità organizzata in città, ha comunque denunciato un aumento dei reati commessi da stranieri.
Quest'ultima categoria è solitamente dedita a reati contro il patrimonio, lesioni personali e sfruttamento della prostituzione.
Altro fenomeno presente ad Udine è il racket del accattonaggio che nel corso degli anni ha visto un vertigionoso aumento tanto che i comandanti dei vigili di Venezia, Padova, Treviso, Verona, Vicenza, Rovigo e Udine hammo deciso di riunirsi attorno ad un tavolo tecnico per decidere le linee di un'azione comune.
Il fenomeno è diventato preoccupante in tutto il triveneto tanto che i comandanti di Venezia, Treviso, Padova e Vicenza hanno deciso di formare un ulteriore gruppo di lavoro per proporre una legge nazionale.
Il problema sicurezza ad Udine non si ferma solo a questo tipo di reati ma riguarda anche la necessità di una maggiore sicurezza per le strade soprattutto di sera e la notte.
Evento molto significante è stata la protesta dei commercianti di Borgo Aquileia, i quali hanno deciso di rivolgersi ad agenzie di sicurezza privata poichè la sera è diventato sempre più probabile essere rapinati mentre si porta a depositare l'incasso giornaliero.
Caso non troppo dissimile per i commercianti del centro che stanno pensando all'installazione di un sistema di telecamere di sicurezza a loro spese per arginare la crescente insucrezza sulle strade.
Insomma in definitiva pare che le strade di Udine non siano più un posto sicuro e servono urgenti interventi in ambito di sicurezza: fino ad ora il comune non è sembrato troppo attivo: il procuratore capo di Udine ha lamentato una forte scarsità di risorse ed uomini per le forze dell'ordine tale da rendere il lavoro molto difficoltoso ed il presidio del territorio lacunoso e difficile.
A tutto ciò si aggiunge l'omicidio di Silvia Gobbato avvenuto verso la fine della scorsa estate che ha scosso molto gli animi in una città non abituata a questo tipo di reati.
Pare in definitiva che Udine sia colpita da una ondata di criminalità che va immediatamente arginata.
L'aiuto dei cittadini e la collaborazione con le forze dell'ordine sono senz'altro elementi fondamentali ma non va dimenticato che forse sarebbe finalmente il caso di varare un "piano sicurezza" in città.
Ciò significa che il comune deve stanziare pià risorse nell'ambito della sicurezza per contrastare i nuovi e crescenti fenomeni di criminalità perchè fino ad ora la situazione rimane critica.

D.Deotto

lunedì 7 aprile 2014

STORICO TERZO POSTO PER LA NAZIONALE FEMMINILE DI CALCIO



Evento poco pubblicizzato ma di sicuro rilievo è stato il mondiale di calcio femminile appena terminato con uno storico terzo posto per la selezione azzurra under 17.
La finalina è stata giocata in Costa Rica ed ha visto contrapposte l'Italia ed il Venezuela.
La partita è stata molto avvincente e si è conclusa con un 4-4 dopo i tempi regolamentari.
A seguire i caldi ri rigori hanno decretato una vittoria di 6-4 per l'Italia.
La vittoria non è stata priva di sofferenze per la nostra nazionale che si è vista recuperare un vantaggio di due gol negli ultimi venti minuti della partita.
Le azzurrine tuttavia non hanno perso la testa e sono state capaci prima di contenere i danni e poi di avere la giusta freddezza nei tiri dal dischetto.
Decisivo il ruolo del portiere che ha neutralizzateo ben due calci di rigore.
Il campionato del mondo è stato vinto dal giappone che si è importo per 2-0 sulla Spagna.
La giornata successiva è stata protegonista la nazionale maggiore che ha pareggiato contro la Spagna meritando però la vittoria. La nazionale maggiore è ancora in piena corsa per la qualificazione ai mondiali ed i prossimi risultati saranno senz'altro decisivi.
Il calcio femminile non ha mai attirato le attenzioni delle stampa in Italia ed è sempre rimasto in ombra rispetto a quello maschile ed in generale rispetto alla seria A e B.
Eppure esso ha una storia di non poco conto nel nostro paese: la nazionale femminile, infatti, è stata fondata nel 1968 e sin dall'inizio ha partecipato a tornei internazionali riscuotendo un discreto successo.
Negli anni ottanta la nazionale femminile ha riscosso successi tali da renderla equivalente a quella maschile: 3 mondiali vinti, un secondo posto e due terzi posti agli europei.
Negli anni novanta e duemila, la nazionale ha conosciuto un periodo di declino non riuscendo ad ottenere risultati significativi e spesso non riuscendo a qualificarsi ai mondiali.
Sono andati un po' meglio gli Europei anche se senza andare oltre i quarti di finale.
La vittoria nella finalina delle azzurre dell'under 17 è quindi un evento molto importante per una nazionale che neglle ultime due decadi sembrava ave perso la bussola.
L'evento ha una certa rilevanza per noi friulani perchè alla finale era presente il difensore Nicole Peressotti, che milita nel Tavagnacco e frequenta il liceo stellini ad Udine.
Il Tavagnacco è una squadra friulana di rilevanza nazionale: milita ininterrottamente in serie A dal 2001 conquistando persino due secondi posti nelle stagioni 2010/2011 e 2012/2013.
in quest'ultima stagione la squadra è rimasta imbattuta per tutto il campionato.
Il successo della nazionale italiana dunque non è solo un risultato importante per il paese ma un motivo d'orgolio per tutto il Friuli che da sempre sforna atlete di successo.
Ci auguriamo che nei prossimi anni la nazionale femminile di calcio possa raggiungere risultati ancora migliori.
Rimane tuttavia ingiustificato il motivo per cui la stampa nazionale non dia rilevanza ad un evento così prestigioso che troppo spesso finisce per essere dimenticato oppure compare soltanto nella pagina sportiva di qualche giornale locale. 

D.Deotto

sabato 5 aprile 2014

IN EUROPA SERVE UN NUOVO PIANO MARSHALL

La crisi economica del vecchio continente non accenna a diminuire: se dal punto di vista finanziario pare si siano calmate le acque, ci sono ancora forti problemi di crescita ed occupazione.
In particolare l’Europa sembra spaccata in due: da un lato i paesi dell’Europa settentrionale che sono riusciti ad affrontare con successo la crisi e che godono di una certa salute, dall’altro l’Europa meridionale che versa in uno stato di grande difficoltà strangolata dalla disoccupazione, dalla mancanza di investimenti e forse da una moneta troppo forte per il livello delle rispettive economie.
L’attuale politica europea è basata sugli accordi di Maastricht siglati nel 1992 che prevedono: rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%, rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60%, tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi, tasso d'interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi, permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale.
Queste regole furono concepite per economie che in quel periodo godevano di ottima salute non a caso gli anni novanta sono ancora oggi ricordati come un periodo di prosperità economica.
E’ proprio infatti nei periodi di prosperità economica che si elaborano programmi per contenere il debito e l’inflazione.
Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Nel 2008 è iniziata una tremenda crisi economica ed il ruolo delle istituzioni non può essere più quello di semplici spettatrici di un processo economico capace di andare vanti da solo.
Si pensi solo che nel Regno Unito, uno dei paesi europei che meglio di altri è riuscito a riprendersi, è stata la Confindustria a chiedere ad uno scettico ministro Osbourne un maggiore intervento delle istituzioni.
Il grande rischio è un continente europeo diviso tra paesi del nord, prosperi e ricchi d’opportunità, e le deboli economie del sud incapaci di rispondere ai bisogni dei propri cittadini. La drammatica conseguenza e lo svuotamento del sud Europa destinato a diventare una landa desolata.
L’unico modo per impedire questo triste destino, fecondo soltanto di crescenti disordini, è un massiccio piano di investimenti avente come obiettivo lo sviluppo del sud Europa.
Sarebbe anzitutto necessario prendere dei provvedimenti immediati per facilitare gli investimenti come per esempio: l’abbandono momentaneo dei limiti sul rapporto tra deficit pubblico e PIL, una inflazione programmata dell’eurozona che si attesta intorno al 5-8%, la svalutazione dell’Euro e la creazione degli Eurobond.
Questi primi provvedimenti non risolverebbero la crisi ma creerebbero un terreno fertile per un massiccio piano di investimenti sul modello del Piano Marshall.
Quest’ultimo fu un gigantesco piano di aiuti economici e finanziari verso l’Europa varato nel 1947 dal segretario di stato George Marshall. Obiettivo di questo piano era la ricostruzione dell’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale ed a forte rischio povertà.
Il piano terminò nel 1951 e fu un indubbio successo: la ripresa infatti era già molto evidente nel 1948 ed alla fine del piano quasi tutti i paesi europei avevano già superato l’indice di produzione prebellico.
L’iniziativa non ebbe conseguenza positive dal punto di vista economico, sociale e tecnologico ma pure da quello culturale. Il piano infatti insegnò agli europei i concetti della libera impresa, dello spirito imprenditoriale e della libera concorrenza allora quasi del tutto assenti in certi contesti.
Cosa ancora più importante, gli stati europei impararono che l’interdipendenza poteva essere un modo per risolvere i conflitti che da sempre avevano caratterizzato il vecchio contente.
Oggi come allora l’Europa necessità di un vasto piano di investimenti avente l’obiettivo di far risollevare i paesi del sud Europa messi in ginocchio dalla crisi. Obiettivo del piano dove essere quello di aumentare la competitività dei paesi del sud Europa puntando forte sull’occupazione, sullo sviluppo tecnologico, sull’innovazione e sul sostegno all’impresa.
Nel caso odierno il sostegno all’impresa non dovrà essere solo sotto forma di aiuti economici ma anche di innovazioni di prodotto, di idee nuove che possano aiutare gli imprenditori ad essere nuovamente competitivi sui mercati internazionali.
Importante anche aiutare i disoccupati attraverso programmi di riqualificazione ed inserimento con un occhio di particolare riguardo verso i giovani che nei paesi del sud Europa sono stati particolarmente colpiti dalla crisi.
Il successo del vecchio piano Marshall non è stato dovuto solo ai soldi ma soprattutto esso è stato veicolo di nuove idee: altrettanto deve succedere oggi. In Europa deve diffondersi una nuova mentalità, che tenga maggiormente conto dei vantaggi della collaborazione ed aiuto reciproco e che stimoli i paesi in difficoltà ad abbandonare una certa mentalità assistenzialista ed immobilista che nei passati decenni è stata causa di sprechi, corruzione e carenza di innovazione.
Solo un grande progetto come un nuovo piano Marschall varato a livello europeo potrà smuovere quel grande numero di risorse necessarie per attuarlo e solo l’attuazione di un progetto del genere potrà permettere ai paesi europei di riprendersi da questa drammatica crisi economica.
Se tali politiche non verranno preseguite, un futuro molto conflitturale tra i paesi europei è più che probabile. 
 
D.Deotto

giovedì 3 aprile 2014

LA NASCITA DEL FRIULI


Il 3 aprile 1077 l'imperatore Enrico IV concesse al patriarca Sigeardo di Beilstein la contea del Friuli. Nasce così il Patriarcato di Aquileia uno stato che al massimo del suo splendore arrivò ad includere anche la Venezia Giulia, la Carinzia, la Stiria ed il Cadore.
Lo stato friulano divenne molto potente nel medioevo tanto che nel 1231 nacque il parlamento di Udine. Si trattava di una delle prime istituzioni parlamentari dell'Europa continentale.
Era molto originale perchè oltre a rappresentare il clero ed i nobili prevedeva anche una rappresentanza dei comuni e delle città. Tale istituzione sopravvisse fino al 1805 quando Napoleone arrivò in Friuli.
Il Patriarcato di Aquileia non è mai stata uan formazione statale completamente indipendente: esso nacque come stato vassallo dell'imperatore e si trovò ad avere una larghissima autonomia quando il potere imperiale andava ormai scemando.
La capitale del Patriarcato era l'antica città romana di Aquileia ma con il tempo Udine andava conquistando una sempre maggiore importanza che verrà definitivamente sancita dal trasferimento del patriarca ad Udine nel 1238.
Il patriarca Marquardo fece raccogliere tutte le principali leggi friulane in una raccolta detta "costituzione della Patria del Friuli", una delle principali opere legislative del medioevo.
Nel corso dell'ultimo secolo del medioevo, il Patriarcato iniziò un lento declino: diviso dalle lotte interne, lo stato friulano comincerà ad essere preso di mira dalle potenze esterne quali Venezia, l'Austria e l'Ungheria.
All'inizio del 1400 Udine si trova in uan situazione difficile: la potente famiglia dei Savorgan cercava di favorire sempre di più Venezia ed in ciò trovava l'opposizione della famiglie filoimperiali.
Il risultato fu un conflitto che si risolse nel 1420 quando i veneziani fecero il loro ingresso ad Udine.
Il Patriarcato fu annesso alla Serenissima pur mantenedo un'ampia autonomia che permise al parlamento friulano di continuare ad esistere.
Il periodo veneziano ebbe i suoi momenti positivi e negativi ma segnò profondamento la storia di Udine perchè gran parte dell'aspetto odierno della città è dovuto proprio ai veneziani che seppero valorizzare la posizione strategica della città.
Aspetto caraterizzante del Friuli è la sua multiculturalità dovuto alla vicinanza della regione al confien tra le tre principali culture europee. In Friuli infatti è presente una minoranza slovena e tedesca che nei secoli precedenti fu molto più numerosa di oggi.
La lingua da sempre più diffusa in Friuli è il friulano, una lingua romanza, facente parte del gruppo delle lingue retoromanze insieme al romancio ed al ladino.
In definitiva però il Friuli non fu mai uno stato indipendente perchè sempre legato a qualche potente vicino. Senz'altro però le istituzioni friulane hanno sempre goduto di un'ampia autonomia sia sotto l'Impero che sotto Venezia.
Chi attribuisce quindi alla identità friulana un forte spirito indipendentista si sbaglia perchè il friuli non ha mai avuto tendenze indipendentiste ma solo autonomiste.
Tutto ciò dovrebbe far riflettere oggi che si parla di riforma del titolo V della costituzione.
Il Friuli merita senz'altro una particolare autonomia a causa delle sue particolarità territoriali, culturali e linguistiche ma tali peculiarità non vanno confuse per indipendentismo.
Noi di Udine Futuro e Presente pensiamo che lo statuto speciale sia una condizione legittima nel caso friulano e ci auguriamo che il presidente del consiglio Renzi tenga ben presente la particolarità storica di questo territorio prima di prendere decisioni che potrebbero penalizzare l'intera regione.
Riformare l'organizzazione delle autonomie locali in Italia è sicuramente necessario in quanto la riforma del titolo V si è dimostrata essere un grandissimo pasticcio: le regioni infatti sono state dotate di molti poteri rimasti sulla carta a causa della amncanza di una adeguata autonomia fiscale.
Occorre quindi rimettere mano ad una legge che non ha permesso alle autonomie locali di svolgere quel ruolo di centralità che il principio di sussidiarietà assegna loro.
A nostro parere questa potrebbe essere un'occasione per avviare in Italia una riforma di tipo sistemico in cui l'importanza della rappresentanza territoriale svolga un ruolo di primo piano.
Tutto ciò, oltre a bilanciare il potere dei partiti, permetterebbe di arrivare ad una forma particolare di federalismo particolarmente vicina alle tendenze regionaliste del popolo italiano.

D.Deotto.