mercoledì 18 giugno 2014

ANCORA POLEMICHE SULLA LEGGE ELTTORALE: L'APERTURA DI GRILLO





Che possa piacere o meno il dibattito politico italiano è sempre fermo sugli stessi argomenti segno che ormai l’argomento riforme strutturali non è più rimandabile oltre.
Negli ultimi giorni il leader M5S stelle ha aperto ad un dialogo con il PD riguardo la legge elettorale, cosa che non ha reso particolarmente felice FI che teme di essere scalzata da ogni accordo.
Contemporaneamente Salvini, capo della LN, ha proposto l’apertura di una fase di dialogo con il governo riguardante i temi della riforma del senato e la legge elettorale.
Queste aperture rischiano di rimettere in discussione l’Italicum, legge elettorale concepita pochi mesi fa da Renzi in accordo con Berlusconi avente come obiettivo dare una maggioranza certa al paese.
Da parte sua il leader M5S ha aperto al dialogo a condizione che sia presa in considerazione la sua bozza di legge elettorale.
A questo punto si pone un problema per il governo: da sempre Renzi ha promesso una legge elettorale che dia al paese un vincitore certo. La legge M5S non ha queste caratteristiche: la loro bozza infatti presenta un sistema proporzionale in cui si prendono tanti parlamentari quanti sono i voti presi in percentuale.
C’è inoltre una soglia di sbarramento implicita che finisce per penalizzare chi prende meno del 5% dei voti. La soglia è fissata a livello di singolo seggio e non a livello regionale: questo significa che partiti forti in alcuni ambiti locali riuscirebbero ad eleggere rappresentanti in parlamento mentre partiti più diffusi a livello nazionali ma incapaci di conquistare un seggio verrebbero automaticamente eliminati. Verrebbero inoltre reintrodotte le preferenze e lo strano meccanismo delle preferenze negative.
E’ chiaro che questa proposta di legge elettorale è costruita su misura per un partito come M5S che alla lunga potrebbe avere il suo peso soltanto in un sistema proporzionale e che è particolarmente forte in alcune zone del paese.
Il problema principale di questa legge è che non garantisce governabilità: se noi infatti utilizzassimo i risultati delle europee, ci accorgeremmo che Renzi non riuscirebbe a governare.
Questo pone subito un problema per il leader del PD: la legge elettorale di Grillo non garantisce governabilità ed è molto lontana dall’Italicum che invece, grazie al doppio turno, garantisce sempre un vincitore certo.
La legge del M5S si pone inoltre in netto contrasto con chi vorrebbe una elezione diretta del Presidente della Repubblica perché un proporzionale così organizzato renderebbe impossibile qualsiasi svolta presidenzialista.
Il Pd ha temporaneamente aperto al dialogo ma la cautela sarà d’obbligo: i suoi alleati di governo infatti sono disponibili a valutare la possibilità d’introduzione delle preferenze ma non gradirebbero le preferenze negative e forse nemmeno il proporzionale senza premi di maggioranza.
FI invece non gradirebbe l’introduzione delle preferenze così come preferirebbe una legge elettorale che decretasse un vincitore netto.
Insomma l’apertura del M5S potrebbe non essere una mossa distensiva ma al contrario una manovra per creare ulteriore confusione e rendere più difficoltosa l’applicazione di una legge elettorale che potrebbe condannare il movimento a non raggiungere mai il secondo turno.
La spaccatura dell’accordo PD-FI infatti costringerebbe Renzi ad interrompere il precorso sulle riforme istituzionali venendo meno ad uno degli obiettivi principali del suo mandato.
Ci sarebbe inoltre da discutere su quanto convenga all’Italia insistere ancora sul proporzionale, modello che ci ha portato più disgrazie che successi. Il proporzionale puro della Prima Repubblica, ha infatti potuto sopravvivere soltanto grazie alla esistenza di un panorama dei partiti anomalo mentre nella Seconda Repubblica è servito soltanto a garantire instabilità politica e ripetute grandi e impopolari coalizioni.
Condizione sempre più diffusa nella politica odierna è l’importanza del leader eletto e qui in Italia di certo non ci sottraiamo a questa logica. Il vero vincitore delle europee è stato Renzi così come molti sindaci di diversi schieramenti hanno vinto in quanto la loro persona è risultata gradevole agli elettori.
La legge M5S così come concepita sembra molto fuori dal tempo: la necessità di saper indicare un leader certo è ormai da considerarsi un requisito indispensabile e fu proprio tale necessità uno dei motivi dell’emergere del movimento nel 2013.
L’adozione di un proporzionale incapace di indicare sin da subito un vincitore certo sarebbe un deciso passo indietro per il paese. Sarebbe meglio per tutti avviare una seria discussione sull’introduzione del semi-presidenzialismo oppure optare per un proporzionale corretto capace di consegnare al paese una maggioranza certa. 

D.Deotto. 

domenica 15 giugno 2014

IL DEGRADO AVANZA AD UDINE NORD


Oggi concentro la mia attenzione sulla periferia di Udine nello specifico la circoscrizione Chiavris-Paderno.
Arrivando da Piazzale Chiavris, si procede dritti per Viale tricesimo fino al secondo semaforo. A destra si svolta per via Piemonte e si va dritti fino ad arrivare a via Biella fino alla piazzola economica di Via Rizzolo.
Si arriva così in una zona periferica di Udine poco conosciuta formata da Via Rizzolo, Via Biella e Via Fusine. Lo spettacolo a cui si assiste non è dei migliori: la zona è fortemente degradata, piena di edifici in rovina tanto da chiedersi se ci troviamo in una zona di guerra.



Proseguendo su questa strada con evidenti problemi di asfaltatura, si arriva ad un'altra fabbrica abbandonata e diroccata dove troviamo strutture pericolante e lamiere in stato di abbandono avanzato. Tutto attorno all'edificio troviamo una natura incolta e maltenuta che non è di certo un bello spettacolo per i passanti.
Alla fine della strada svoltando a destra verso via Cividina la situazione migliora ma anche qui assistiamo al brutto spettacolo di un'altro edificio abbandonata su una strada che, per quanto abbastanza trafficata, è stretta e maltenuta.




Assistiamo ad uno spettacolo ben peggiore se prima del ponte svoltiamo a destra in Via Rizzolo.
Proseguendo poco più avanti notiamo che la strada pinea di buche sulla quale dobbiamo procedere con cautela per non danneggiare l'automobile. Arrivati nei pressi dei binari troviamo un edificio abbandonato immerso in un ambiente circostante che non viene curato da anni.
Osservando più da vicino questa zona ci si rende facilmente conto che è frequentata da gente poco raccomandabile.



Proseguendo per via Rizzolo ad un certo punto la strada non è più asfaltata ed occorre pèrocedere con ancora più cautela a causa delle frequenti buche. Questa zona è forse quella che mi ha colpito più negativamente: alla mia destra c'è infatti un prato abbandonato che da l'impressione di non essere curato da anni mentre a sinistra ci sono delle lamiere arruginite sistemate alla meglio per proteggere i binari.
Quello che è più grave è che in questa zona sono presenti dei binari molto vicini a delle abitazioni in cui le persone vivono. Non esiste alcuna barriera di protezione dal suono nonostante in questa zona passino abbastanza spesso dei treni. Il cittadino non solo si ritrova a vivere in una zona non curata ma è pure soggetto al disagio di non essere protetto in alcun modo dal passaggio dei treni.




Procedendo vero la piazzola ecologica la situazione migliora ma viene spontaneo chiedersi come mai questa zona versi in un così grave stato di abbandono.
Questo è solo un esempio perchè esistono tantissime zone così ad Udine ed a questo punto noi ci chiediamo se non sarebbe meglio procedere con un programma di riqualificazione del territorio piuttosto che buttare al vento milioni di euro con grandi ed inutili opere.

D.Deotto.

venerdì 13 giugno 2014

IL DISASTRO IRACHENO


Nel 2003 l'allora presidente G.W. Bush decise di intraprendere una operazione militare contro l'Iraq di Saddam Hussein. I motivi dell'invasione non sono mai stati chiari ma i disastrosi esiti si sono fatti sentire sin da subito. Dopo la Guerra del Golfo la doppia sconfitta in Iran e Kuwait avea reso l'Iraq un paese inoffensivo. Allo stesso tempo il paese era stabile perchè la dittature di Saddam Hussein riusciva a tenere unito il paese ed a tenere a bada gli estremisti islamici.
L'intervento americano ha creato una situazione di caos che perdura ancora a dieci anni di distanza dalle operazioni militare. Il paese è dilaniato dalle lotte interne ed il governo riesce malapena a controllare la zona di Baghdad. A nord i Crudi premono per un maggiore autonomia mentre il sud è gravemente minacciato dai ribelli islamisti dell'ISIS. Già da tempo le truppe americane si sono progressivamente ritirate da uno scenario che non riescono a controllare.
Negli ultimi giorni gli islamisti del ISIS si sono sollevati controm il governo di Baghdad invitando i loro sostenitori a marciare verso Baghdad. La situazione è grave perchè l'intero sud del paese è nelle loro mani e la formazione di un governo integralista islamico è un'ipotesi tutt'altro che remota.
Obama sarà quindi constretto a mandare nuovamente uomini e mezzi per contrastare l'avanzata sunnita in Iraq. I soli bombardamenti, infatti, non saranno sufficienti perchè i miliziani dell'ISIS sono abbastanza furbi da aver capito che ingaggiare una battaglia urbana è l'unico modo per averla vinta contro le truppe americane perchè l'utilizzo della aviazione è controproducente.
La situazione è ulteriormente complicata dalla raffica di sequenstri che sono avvenute nelle ultime ore culinati nel sequestro del personale dell'ambasciata turca.
La Turchia ha reagito con ferocia a questo episodio minacciando un intervento diretto in caso di mancato rilascio. Il Vicepresidente USA Joe Biden ha affermato che gli Stati Uniti sono pronti ad affincare eed aiutare i turchi inviando droni.
La difficile situazione irachene preoccupa anche l'Iran e la Siria.
La Repubblica Islamica infatti è in pessimi rapporti con l'ISIS ed in generale con tutti i paesi retti da governi sunniti estremisti. La grande paura iraniana è ritrovarsi gli estremisti sunniti sulla porta di casa non a caso proprio in queste ore le prime guardie della rivoluzione hanno iniziato a varcare il confine con l'Iraq. In queste ore si sta profilando una strana convergenza di interessi tra Iran e Stati Uniti: per gli iraniani è infatti molto meglio continuare a trattare con un nemico conosciuto e controllabile come gli Stati Uniti piuttosto che ritrovarsi come vicino un nemico incontrallabile con cui sarebbe impossibile trattare.
La Siria di Assad è altrettanto spaventata da ciò che sta succedendo in Iraq.
Il dittatore siriano sta vincendo la guerra civile nel suo paese ed è molto spaventato dalla possibilità che si instauri un governo ostili vicino ai suoi confini che finirebbe per finanziare i ribelli siriani prolungando la guerra civile.
L'unico paese che sembrerebbe trarre vantaggio da questa situazione è l'Arabia Saudita che da sempre ha finanziato i movimenti islamici estremisti e che ha forti interessi a destabilizzare l'Iran e la Siria oltre che a ridurre il potere americano in favore del proprio.
La strategia americana in medioriente si è rivelata quantomeno poco furba nel corso delle ultime due presidenze: la destabilizzazione del Afghanistan e del Iraq ha creato una palude che a più di dieci anni di distanza è lontana dall'essere superata. Questo significa spese militari aggiuntive e calo di popolarità per il presidente in carica.
Un'altro gave errore di valutazione è stato quello di considerare la primavera araba come una "rivoluzione democratica" che avrebbe portato ad una distensione dei rapporti tra occidente ed oriente. In realtà il risultato della primavera araba è stato il rafforzamento degli islamisti e la decisione americana di avvantaggiare i ribelli si è rivelata controproducente.
Paesi quali l'Iraq, la Libia, l'Egitto, la Siria e la Tunisia erano un tempo governate da autocrati che, per quanto spietati, erano comunque in grado di controllare i rispettivi paesi e di arginare gli integralisti islamici. Il controllo del territorio ha permesso ai paesi dell'Europa meridionale di stipulare accordi con questi governi per fermare l'afflusso incontrollato di clandestini.
Al posto di regimi autoritari disposti a dilagoare con l'occidente, oggi ci ritroviamo una situazione di caos permanente in cui non è possibile sapere chi comanda e dove il controllo del territorio non esiste. Anche in paesi tradizionalmente non estremisti come l'Egitto la situazione è difficile perchè la tensione rimane alta. In Siria invece il disastro è stato evitato soltanto grazie all'intervento della Russia a favore di Assad.
La domanda che oggi noi dovremmo porci è chi e perchè abbia interesse a destabilizzare in questo modo il medioriente. Non risulterebbe inoltre poco opportuno chiedersi se paesi considerati tradizionalmenti alleati (i paesi del Golfo Persico per esempio) non  abbiano in realtà interessi contrastanti con i nostri.

D.Deotto. 

mercoledì 11 giugno 2014

LA LEZIONE DELLE AMMINISTRATIVE


Si sono conclusi i ballotaggi per le elezioni amministrative e i risultati non sono stati uguali a quelli delle europee.
Alle elezioni del 25 Maggio gli elettori hanno consegnato un ampia maggioranza a Matteo Renzi tale da doppiare tutti i diretti concorrenti. Tutti si aspettavano che queste amministrative sarebbero state una passeggiata per il PD ma così non è successo. Sebbene la maggior parte dei comuni sia finita in mano al centro-sinistra, gli avversari hanno ottenuto risultati importanti in zone tradizionalmente considerate "rosse".
L'esempio più evidente è Livorno, storica roccaforte di sinistra, a sorpresa espugnata dal M5S del giovane Nogarin. Quello che si è consumata nella città toscana è stata una vera e propria rivoluzione a cui hanno preso parte personalità da sempre legate alla sinistra. Il direttore del Vernacoliere, giornale satirico locale, ha ammesso senza problemi di aver votato M5S per cambiare pagina e per contrastare il clientelismo dilangante. Nogarin è da considerarsi una eccezzionea nche tra i grillini: ha scelto una campagna elettorale d'opposizione al PD senza urlare e senza scendere in polemiche e per questo è stato premiato.
C'è un'altra roccaforte rossa espugnata: si tratta di Perugia. La città umbra, da sempre governata da PCI-PDS-PD è ora passata nella mani di Andrea Romizi, avvocato trentacinquenne iscritto a Forza Italia. La sua qualcosa è stata qualcosa di sorprendente ed inatteso. Romizi infatti non è una persona in televisione ma è stato un consigliere comunale che per anni si è battuto contro lo stapotere del PD nel capoluogo umbro. Egli ha sempre preferito occuparsi del territorio e della propria città non prendendo parte alle polemiche di partito a livello nazionale e gli elettori hanno deciso di premiare il suo attaccamento al territorio.
Qualcosa di simile è successo a Padova, altra città tradizionalmente rossa, che ha visto la vittoria del leghista Bitonici. Si tratta di un'altro personaggio molto simile a Romizi. Anch'èegli non ha mai voluto prendere posizione nelle polemiche nazionali tanto da guadagnarsi l'epiteto di "democristiano" non troppo lusinghiero dalle parti del carroccio. In realtà Bitonici ha preferito lavorare per il territorio concentradosi sulle tematiche dei cittadini. Già sindaco di Cittadella, egli si è sempre distinto per la sua battaglia contro l'immigrazione selvaggia e contro il degrado e la mancanza di sicurezza che da tempo contraddistingue la città veneta. Il suo atteggiamento coerente e e l'attaccamento al territorio è risultato l'arma vincente contro un Pd che ha schierato in campo l'artigileria pesante, facendo scomodare l'ex ministro Zanonato.
Un'altra roccaforte perduta è Potenza in cui la vittoria del candidato di Fratelli d'Italia Francesco Acquaroli è stata molto netta. La città, da vent'anni amministrata dal centro-sinistra, ha voluto un netto cambio di direzione e lo ha espresso favorendo un volto nuovo della politica.
Insomma la vittoria del PD alle amministrative c'è stata ma non così netta come ci si aspettava segno che il partito vive delle difficoltà nonostante la vittoria di Renzi alle europee. L'impressione generale è che il voto del 25 maggio sia stato più un atto di fiducia a Renzi che al suo partito. A livello locale il PD infatti dimostra di avere bisogno di una ristrutturazione radicale e di non riuscire a convincere completamente.
Il centrodestra, uscito malconcio dalle europee, risolleva un po' la testa ma tale risultato sarà utile solo se esso sarà capace di apprendere alcune fondamentali lezioni: il centrodestra può vincere solo dove si presenta unito. I candidati di Perugia e Padova si sono sempre tenuti ben distanti delle correnti e dalle polemiche di partito preferendo lavorare sul territorio per un programma alternativo e condiviso.
Il centrodestra ha vinto dove ha avuto il coraggio di presentare astri nascenti o comunque personalità non troppo compromesse con il recente passato. Romizi e Acquaroli per esempio sono due persone molto popolari che si sono fatti strada a colpi di preferenze.
Queste amministrative insegnato una cosa importante: hanno vinto le persone anzichè i partiti.
Chi è stato capace di presentare persone che si sono distinte sul territorio e che hanno presentato un programma amministrativo vicino alle esigenze dei cittadini ha vinto mentre chi ha preferito rimanere ancorato alle vecchie credenze ha perso. Tutti dovranno tenere in considerazione questo punto.

D.Deotto.


lunedì 9 giugno 2014

UDINEUROPA: PER UNA UDINE INTERNAZIONALE


Nei giorni 6,7,8 Giugno 2014 si è tenuta la manifestazione UdineEuropa organizzata dalla Confcommercio, FIVA e dal Comune di Udine.
La manifestazione, molto simile alla più famosa Gusti di Frontiera, si è svolta nel centro storico di Udine lungo via Mercato Vecchio, Via Vittoria Veneto e Via Aqueileia.
Piatto forte della manifestazione sono state le bancarelle di gastronomia, nella quali si potevano consumare i piatti tipici delle più disparate nazionalità.
Le nazionalità presenti erano molte: Italia, Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Regno Unito, Finlandia, Serbia. Presenti anche nazioni extraeuropee come Messico, Stati Uniti, Russia e Perù.
La manifestazione però non è stata solo enogastronomica ma ha riguardato anche l'artigianato e la vendita di prodotti tessili. Presenti molti venditori ambulanti che hanno potuto mettere in mostra la loro merce. Gli irlandesi hanno abbondamentemente commercializzato il marchio Guinnes mentre finladesi ed Ungheresi si sono presentati con un vasto assortimentio di indumenti di lana.
Non meno importante la presenza della bigiotteria francese ed italiana.
Presidente e coordinatore della manifestazione è stato il presidente della Federazione Italiana Venditori Ambulanti della provincia di Udine. Egli sì è dimostrato molto soddisfatto di questa manifestazione ed ha manifestato la volontà di renderla un appuntamente stabile.
Anche noi di Udine Futuro e Presente siamo stati presenti con un nostro gazebo a questa importante manifestazione assieme alla Associazione Italo Croata di Udine ed alla Associazione Veneuropa.
Il presidente di Udine Futuro e Presente Daniele Deotto ha fatto in modo che a questa manifestazione potessero partecipare due nuove importanti nazionalità: la Croazia ed il Venezuela. 
Entrambi i paesi stanno infatti vivendo un momento molto difficile: la Croazia è stata colpita da una disastrosa alluvione che ha causato milioni di sfollate e svariate centinaia tra morti e dispersi.
L'associazione Italo Croata di Udine in collaborazione con Udine Futuro e Presente ha allestito dei punti di raccolta per gli aiuti umanitari, dai quali sono già partiti due furgoni destinati alla Croazia ed alla Serbia. La raccolta di aiuti continuerà per tutto il mese di Giugno.
L'associazione Veneuropa invece è impegnata invece nella denuncia degli omici e delle torture compite dal regime totalitario di Maduro in Venezuela. La situazione nel paese sta peggiorando di mese in mese: il popolo non è più in grado di soddisfare le esigenze primarie, la disoccupazione e l'inflazione sono alle stelle. Le proteste del movimento studentesco e dell'intera popolazione vengono represse nel sangue. Ad oggi si contano svariate centiania di morti e migliaia di imprigionati.
La scuola è stata completamente esautorata delle proprie funzioni per diventare un centro di indottrinamento nelle mani del partito mentre stampa e giornali non allineati vengono sistematicamente chiusi.
L'associazione Veneuropa in Friuli tramite la sua presidente Mara De Marco è impegnata nel denunciare quanto sta accadendo in Venezuela. La situazione infatti riguarda anche l'Italia poichè nel paese sono presenti parecchi italiani e friulani spesso perseguitati dal regime e costretti a fuggire.
Questa disastrosa situazione danneggia anche l'interesse delle imprese italiane e friulane presenti nel paese che sono costrette a chiudere o a vedersi espropriate a causa delle politiche economiche del governo. La situazione non riguarda solo il Venezuela ma anche il Friuli. Molte aziende locali importano le materie prime dal paese sudamericano e la recente chiusura dei trasporti internazionali ha ridotto sul lastrico queste imprese che sono state costrette a chiudere e a mandare in cassa integrazione i propri dipendenti. La situazione in Venezuela ha risvolti negativi anche in Friuli determinando un aumento della disoccupazione e quindi ci riguarda molto da vicino.
Da ormai molti mesi Udine Futuron e Presente collabora con Veneuropa per sensibilizzare i friulani riguardo quanto sta succedendo in Venezuela.
Le tre giornata passate alla fiera sono state molto proficue per le tre associazione che hanno potuto avere visibilità e raggiungere così i propri obiettivi.
Si rigrazia molto per la collaborazione la presidente della Associazione Italo Croata Tatjana Barkovic e la presidente di Veneuropa FVG Mara De Marco nella speranza che questa collaborazione possa continuare nel tempo.
La nostra speranza inoltre è che questa manifestazione possa avere un seguito e ripetersi nel corso degli anni al fine di ravvivare una città che nel corso degli ultimi anni si è pericolosamente svuotata. 

D.Deotto.

mercoledì 4 giugno 2014

UCRAINA ATTO SECONDO




Nella più consolidata tradizione teatrale, l'inizio della seconda parte di una pièce ha il via in un posto al di fuori dell'ambiente principale. La tragedia ucraina non fa eccezione ed è in Polonia, in occasione della visita del presidente degli Stati Uniti Obama, che ha inizio il nuovo atto: il ritorno dell'egemone, probabilmente a causa dell'aumento delle voci che lo mettono in discussione, se non altro nelle intenzioni. Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti, previa approvazione del Congresso, investiranno un miliardo di dollari per la difesa degli alleati situati in Europa Orientale. Nessun riferimento particolare verso chi gli stati della regione desiderano difendersi e per quale ragione tale desiderio si fatto più intenso.
Obama d'altra parte è in buona compagnia. Nell'universo apparentemente distratto dei media internazionali la crisi che investe il paese da ormai diversi mesi sembrava avviarsi vero le sezioni d'archivio. Le elezioni del 25 Maggio, che avrebbero dovuto catturare l'attenzione del mondo in quanto possibile atto di svolta dei fatti esplosi con la protesta “euromaidan”, si sono svolte in sordina, con la prevedibile vittoria di Petro Poroshenko, oligarca noto in Ucraina come “Re del cioccolato”, il cui trionfo (54% circa delle preferenze) sembra aver condannato a un amaro oblio la pasionaria Tymoshenko, relegata a un 12% dei voti.
Come un novello San Paolo sulla via di Kiev, Poroshenko ha scoperto la sua natura europeista abbracciando, negli ultimi mesi, la causa dei dissidenti al regime di Yanukovich. Appena giunto allo scranno presidenziale, Poroshenko ha promesso di risolvere la questione dei filo russi insorti nell'Est del paese con l'intenzione di creare un secondo caso “Crimea”.
A proposito di Crimea. Chi ha letto il precedente articolo sull'Ucraina presente sul blog ricorderà lo scenario da me preventivato riguardo una Crimea formalmente indipendente ma in mano i russi, sulla falsariga dell'Ossezia del Sud o della Transnistria (e se non avete idea di dove si trovino e se realmente esistono è un piccolo segno che il governo russo ha fatto un buon lavoro).
I fatti mi hanno dato smentita: la Repubblica di Crimea è durata giusta il tempo di indire il referendum di annessione alla Russia. Perché allora solo pochi anni prima, nel 2008, la Russia, dopo aver sconfitto la Georgia, ha garantito la “sovranità” delle due piccole repubbliche secessioniste di Abkazia e Ossezia del Sud e, sei anni più tardi, la Crimea viene annessa praticamente senza colpo ferire da parte della Russia?
Una probabile risposta ce la potrebbe dare lo scenario etnico. La Crimea è una regione a maggioranza russa, mentre Abkazia e Ossezia del Sud ospitano etnie caucasiche distinte sia dai russi, sia dai georgiani. Tuttavia l'attuale Federazione Russa ospita un crogiolo di etnie assai variegato, in linea con la tradizione imperiale prima e sovietica poi. In particolar modo, si noti che il nome di “Ossezia del Sud” non fa riferimento a un'entità statale “osseta” indipendente, ma alla regione autonoma inserita nella Federazione Russa stessa. Non costituirebbe perciò un problema per la Russia annettere l'altra porzione di territorio osseto e anzi, sarebbe anche consigliabile per evitare potenziali rivendicazioni etniche.
Appurato che non sembra essere l'etnia il fattore chiave agli sconvolgimenti crimeani, la risposta al dilemma ce la fornisce indirettamente lo stesso Obama, che nel suo breve accenno alla Russia, alludendo proprio alla Crimea, afferma che è “dai tempi della seconda guerra mondiale che una nazione europea non annette pare del territorio di un'altra nazione”. Le parole del presidente americano sono una neanche tanto implicita ammissione del termine dell'idea di un ambiente internazionale “cristallizzato”, i cui confini assumono una dimensione eterna e sacrale (ironico nell'epoca della globalizzazione), e dove eventuali mutamenti negli equilibri internazionali vengono decisi dall'alto delle due superpotenze impegnate nel conflitto freddo prima, e dall'egemone americano poi, sulla base di più o meno credibili rivendicazioni “dal basso” da parte di un popolo che dichiara la propria volontà a staccarsi dallo stato. A finire, perciò, è quell'idea di “fine della Storia”, teorizzata dal celebre politologo Fukuyama, dove modifiche e sconvolgimenti nell'ambiente internazionale sarebbero state sempre più un eccezione, scosse d'assestamento precursori di un'epoca dove ogni conflitto e mutamento sarebbe sparito grazie al trionfo del progresso e della democrazia.
Il continente europeo sembrava essere destinato ad essere l'avanguardia di questo percorso, eppure la Russia, pur nel periodo di crisi seguito al crollo dell'Unione Sovietica, sembrò esser riuscita a comprendere, nel corso dell'ultimo decennio, che senza la “pax” garantita dalla forza militare delle superpotenze (nonché dell'unica superpotenza, gli Stati Uniti, dopo la Guerra Fredda) come deterrente a qualsivoglia progetto d'annessione ed espansione tale processo era destinato a svanire come polvere nel deserto. Negli ultimi due decenni anni Mosca ha costantemente annusato il terreno, porgendo la mano sempre più avanti e analizzando fino a quando poteva muoversi senza urtare troppo il resto della comunità internazionale. Del resto,avete per caso mai visto grandi proteste in Occidente a sostegno della Georgia o della Moldova?
Con l'annessione della Crimea, la Russia ha mostrato che non ha più bisogno di creare una piccola nazione fantoccio ai suoi confini, mettendo così la parola fine al il tabù sulla sacralità dei confini nazionali di fronte alle altre nazioni (ribadito da Obama nel corso della conferenza con un tono che ha più del rimpianto che della minaccia).
Il nuovo presidente  ucraino Poroshenko sembra essere consapevole di ciò, ed è intenzionato a non replicare la passività dimostrata dal governo provvisorio ucraino davanti ai fatti avvenuti in Crimea. A un giorno dalla sua elezione, Poroshenko ha lanciato una massiccia offensiva contro i separatisti filo russi dell'Est culminata in una sanguinosa battaglia all'aeroporto di Donetsk.
Attualmente la situazione, sembra volgersi verso timidi tentativi di dialogo tra le parti in lotta. Un fulmineo successo dell'europeista Poroshenko? Forse. Dovuto alla speranza data dall'Europa? Naturalmente no. I separatisti dell'est del paese hanno espresso la loro volontà nel porre fine ai conflitti a patto che sia proprio la Russia a fare da arbitro tra loro e il governo centrale. A sua volta la Russia si è detta disposta a dialogare se il nuovo governo ucraino interrompe le operazioni militari ai danni dei separatisti filo russi. L'apparente successo di Poroshenko sta dunque, dopo la teatrale operazione militare nell'est a seguito della sua elezione (d'altra parte aveva promesso di “riportare l'unita nazionale entro le prossime dodici ore”), nel tentare un approccio più cauto e dimesso.
Obama ha quindi l'assoluta necessità d'impedire che la Russia non subisca il contraccolpo d'immagine e politico causato dall'annessione alla Crimea verso l'Ucraina stessa. Passando per pacieri nelle regioni dell'est ucraino non solo avrebbero la possibilità di ripulire la propria immagine da invasori a salvatori della patria ma, nei fatti, aprirebbe a Mosca la possibilità di non dover più rinunciare a una parte, se non all'intera Ucraina, nella sua zona d'influenza come prezzo per la Crimea.
Ecco quindi la promessa pioggia di dollari per investimenti militari nell'Est Europeo. Basteranno a ridare verve al nuovo presidente ucraino e a spegnere il fuoco espansionista russa o si impiglieranno nella rete tessuta da Mosca sopra il cadavere dell'utopica “fine della storia”?

M.Annunziata